Ott 18 2016

Ah SqueerTo alla GAM di Torino

 

13 ottobre 2016

Chi attratt* dalla presenza di Paul B. Preciado, chi dalla conoscenza pregressa del lavoro di Carol Rama, chi spint* da curiosità, martedì 11 ottobre le squeertole hanno deciso di queerizzare la GAM di Torino con la loro scintillante presenza.

 

L’occasione è stata l’inaugurazione della mostra “La Passione secondo Carol Rama” cui hanno partecipato i due curatori della stessa esposizione al Museo di Arte Contemporanea  di Barcellona, Paul B. Preciado e Teresa Grandas, la curatrice di Torino, Anna Musini, e la direttrice della GAM, Carolyn Christov-Bakargiev.

Quest’ultima, prendendo la parola per prima, introduce la conferenza con un’intervista di Corrado Levi a Carol Rama da cui scopriamo che l’’attitudine e motore che caratterizza il suo lavoro è l’insofferenza per la falsità. Di se stessa disse anche: «La rabbia è la mia condizione di vita da sempre. Sono l’ira e la violenza a spingermi a dipingere». E’ questo che la muove in un impulso di perforazione, che caratterizza la sua scelta di materiali e di linguaggio. Alla domanda: «Dove sarebbe il luogo adatto per una tua esposizione?» rispose, senza dubbio: «In un museo. Però con dei posti per sedersi. Mi sentirei uno sgabello con lo schienale».

La parola è poi stata lasciata a Teresa Grandas che si affida alla lettura in italiano di una parte del catalogo (tradotto appunto da quello redatto in occasione della esposizione del 2014 di Barcellona). Il suo intervento ribadisce che una delle emozioni predominanti nell’attività della pittrice fu la rabbia, emozione che forse informò anche la sua oppositività nei confronti di un secolo, il XX, che non la riconobbe e non l’accettò, con cui lei si confrontò, senza mai aderire ad un movimento artistico e sempre dissociandosi dalla norma imposta. Dai suoi dipinti affiorano anche feticismo, gioia e malinconia, disagio e bellezza. Di questa disse: «Il carattere, come la bellezza, o ti piace o niente».

Il successivo relatore è stato Preciado.

Parafrasando il suo intervento:car_000736-scontornata

La vita di C.R. si caratterizza in 3 diversi periodi: la censura, la scoperta, il ritorno. La sua arte fu subito etichettata come oscena o pornografica, in particolare 27 fra i suoi primi acquerelli, ad oggi probabilmente persi o distrutti, furono ritirati dalla sua prima personale. Iniziò autodidatta a 18 anni, redigendo ad acquerello un vero e proprio “diario psichiatrico”, poiché sia madre che nonna erano PROBABILMENTE ospiti di una struttura per malati psichiatrici. Da subito si oppose al canonico ritratto borghese: lei, faceva ritratti di corpi, rifiutando, coraggiosamente nei suoi 18 anni, sia l’immaginario borghese, che quello fascista. Si rimarca il suo dissenso alla dicotomia dei corpi maschile e femminile, al mito dell’eroe militare e della sposa e madre della nazione, la sua critica alla famiglia e al colonialismo. Di qui la “Censura”. C.R. dipinse corpi devianti, desideranti, che incarnavano la dissidenza verso una normatività imposta: zitelle, vecch*, pazz*, effemminati, mascoline, bambin*, contro la grammatica fascista. La sua rappresentazione fu vitalista. Categorizzata come pornografica nel ’45 (etichetta che per rimase appiccicata indipendentemente da ciò che espresse nei suoi lavori successivi), è difficile pensare che le sue opere possano essere un supporto masturbatorio. Al contrario, potremmo considerarle opere antipornografiche o addirittura postpornografiche, poiché era forte la critica alla rappresentazione dominante della sessualità. Nonostante la carica sovversiva del messaggio che porta, C.R. non rinuncia allo spazio tradizionale del quadro, anche nel periodo più “astratto” dei contatti col MAC Movimento d’Arte Concreta, fra gli anni ’40 e ’60. Ad esso può essere associata, anche se non unicamente, una reazione alla censura: scompare il segno tacciato di pornografia ma rimane il significato tramite altre forme (il collage, il diagramma) che continuarono a rappresentare corpi dissidenti. Nel 1980 la riscoperta di una artista per lo più ignorata dal secolo che visse: Lea Vergine la include nella sua mostra “L’altra metà delle avanguardie”, dove espose le opere di 100 artiste donne. Tuttavia, anche la categoria di “donna” era un po’ stretta a C.R. che, negli anni ’90, in concomitanza del fenomeno della mucca pazza, affermò: “io sono la mucca pazza”

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Fu questo, appunto, il periodo della “Scoperta” di C.R., artista prolifica, dalla produzione stimabile in più di 1000 opere. Una scoperta tardiva da parte del mondo che ne riconobbe il valore quasi alla fine della vita dell’artista. Ed è così che si può parlare di un “Ritorno fantasmale”, nel 2003, quando vinse il Leone D’Oro alla Cinquantesima Edizione della Biennale di Venezia. Del suo passaggio è significativo il perseverante tentativo di dialogare col contemporaneo, rimanendone comunque e  sempre fuori.

 

La conferenza si è chiusa con un breve scambio fra Musini e Preciado sull’ultima ispirazione di Carol Rama circa la “pornografia della carne” che si profila nel fenomeno della “mucca pazza”.
La nostra giornata si è invece conclusa con l’entusiasmo per gli interessanti spunti ricevuti e con una fugace visita della mostra che molt* di noi si sono dett* interessate a rivedere!

 

 

1Riportiamo a tal proposito larticolo di Preciado, tradotto da Feminoska per AnimAlienahttps://animaliena.wordpress.com/2015/09/26/animalismo-io-sono-la-mucca-pazza-di-paul-b-preciado/

 

 

 


Ott 13 2016

Disabilità e assistenza sessuale. Dibattiti e analisi di pratiche di sex working.


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Lug 11 2016

Al pride ci siamo pres* tutto

Sabato ci siamo pres* la strada, il ponte e pure la piazza, contestando la “diversità normata” che ormai imperversa. Le nostre soggettività si sono mostrate così come le viviamo tutti i giorni, in maniera esagerata, deviata da un paradigma che ci vorrebbe ugual* e ammansit*.

Noi squeerters con la nostra camionetta insieme alle\agli squatters con il loro furgone, siamo partit* da piazza Arbarello, siamo squeertat* nel corteo del Pride torinese e abbiamo mostrato che non necessitiamo di alcun permesso di esistere. Non ci siamo fatt* dire in che posizione metterci, magari al fondo dopo tutti gli altri, carri commerciali compresi, ma ci siamo fatt* strada da sol* proprio nel bel mezzo del corteo.
Non abbiamo chiesto niente a nessun*, come è giusto che sia, e ci siamo rifiutat* di pagare “la tassa di partecipazione” che il Coordinamento Torino Pride chiede per partecipare alla parata; per noi questa è una cosa inconcepibile, perché il pride non può essere gestito e securizzato centralmente da una pseudo-organizzazione di stampo lobbistico come se fosse un evento privato.
Appena siamo entrat* ci hanno detto che noi lì non potevamo stare, come se qualcun* potesse definire le nostre modalità di partecipazione. Abbiamo portato nel corteo i nostri contenuti politici e il nostro modo frocissimo di fare le manifestazioni.
Una volta arrivat* in piazza Castello abbiamo deciso di abbandonare il corteo tirando dritto per via Po e tante persone presenti per assistere alla parata ufficiale hanno continuato il percorso con noi; ci hanno detto che questo non si poteva fare, come se le persone non avessero la libertà di seguire chi vogliono in base all’affinità politica.
Giunte in Piazza Vittorio, insieme con il furgone della “libertine parade”, abbiamo occupato temporaneamente il ponte della Gran Madre, dove siamo state raggiunte dallo spezzone studentesco, per poi ripartire e riprenderci le strade.
Alla fine del corteo queer e libertino, il nostro carro si è diretto verso il CSA Murazzi a sostegno della “cassa di resistenza” per la copertura delle spese legali dei compagni e delle compagne.

Noi veniamo ovunque, ormai l’avete capito: ballando, urlando, svestendoci, gioendo e godendo, per un giorno abbiamo fatto la Rivoluzione. Una Rivoluzione spinta dall’esigenza di affermare che noi vogliamo l’oggi, che lottiamo tutti i giorni per averlo e per costruire un futuro diverso da quello che le correnti mainstream del movimento LGBT propongono.

Sabato eravamo lì per ribadire che il compromesso non ci piace e che non siamo dispost* a lasciare indietro nessun*, di qualunque genere, di qualsiasi orientamento sessuale, di ogni colore, abbia gambe o zampe, peli, piume, becco e bocche.
Sabato abbiamo creato musica, colore, reti di solidarietà e oggi continuiamo.

GRAZIE A CHI HA LOTTATO CON NOI.


Lug 7 2016

QueerPride Contropotere Per Il Piacere

Sabato, in occasione del pride cittadino, l’assemblea queer Torino AH!SqueerTo, con il coinvolgimento di altre realtà cittadine, scenderà in piazza per portare contenuti divergenti rispetto alla proposte del movimento LGBT indentitario.

In quest’ultimo anno, le proposte politiche delle realtà LGBT hanno cercato di ricalcare il modello dominante della coppia e dei ruoli di genere troppo simili a quelli di stampo eteropatriarcale. Per avere delle briciole di diritti, sono state invisibilizzate le narrazioni difformi dagli standard ritenuti accettabili, perché non utili ai fini politici istituzionali.

Leggi il nostro documento:
https://ahsqueerto.noblogs.org/post/2016/07/06/manifesto-queerpride-torino-2016/

Siamo Frocie, Checche, Trans*, Bi/Pan/Multi/Poli/sessuali, MultiGenderS, GenderFuckerS, Cyborg, Animali Transpecie, Transvestite, Feticist* del Consenso, BDSMers lontan* dalle logiche mainstream, Multiaffettivi e multiamorose, e questo è il nostro QueerPride!

Ci troviamo dalle 16 in piazza Arbarello.

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Lug 6 2016

Manifesto QueerPride Torino 2016

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

Queer contro il futuro, perché quello che siamo oggi non è ciò che saremo domani. Esprimiamo ciò che siamo e ciò a cui aneliamo giorno per giorno, rispettiamo la fluidità delle nostre identità, dei nostri corpi e dei nostri desideri, esplorando e scoprendo la nostra sconfinatezza e abbattendo tutti i muri, anche quelli dentro di noi.

Non cerchiamo il riconoscimento di un sistema che ha tentato di plasmarci, di smussare le nostre differenze e che quotidianamente cerca di opprimerci, violentarci, azzittirci. Affermiamo la nostra autodeterminazione e rifiutiamo definizioni che non potranno mai catturare la nostra fluidità di genere.

Non accettiamo che il nostro posto nella società sia determinato dal lavoro che svolgiamo, nemmeno sessuale − e, in ogni caso, dal fatto di averne uno.

Forse non possiamo avere figl*, forse non ne vogliamo, o non pensiamo di valere meno di qualcun* che ancora non esiste.

Nel nostro futuro c’è pensiero critico, mai accettazione passiva, e rispetto per il vivente nella sua molteplicità.

Non ci sono compromessi con chi impugna armi per opprimere e reprimere il dissenso, non ci sono sguardi rivolti altrove, i nostri occhi puntano dritto nei vostri. Non ci sono gerarchie, né squilibri di potere perché siamo perfettamente in grado di decidere per noi stess* e non ci sentiamo più sicur* se ci sono forze dell’ordine in giro.

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

I nostri corpi riempiono lo spazio come preferiscono e vi si muovono all’interno a modo loro, senza desiderare né richiedere l’approvazione di nessuno. I nostri corpi amano, scopano, soffrono in maniera libera. Non vogliamo il vostro futuro perché non ci basta scendere in piazza un giorno, noi andiamo ovunque sempre e ai treni ad alta velocità preferiamo i trenini orgiastici: siamo pervers*, cagne e disobbedienti. Perché se del domani non v’è certezza, scegliamo di godere oggi. Vogliamo essere l’osceno, creare la nostra pornografia secondo il gusto e il piacere che desideriamo, e non ce ne vergogniamo affatto.

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

Che lottiamo per un fiorire di mille narrazioni differenti e non crediamo alle promesse del costante processo di normalizzazione che ci viene imposto. Non vogliamo che la specificità dei nostri desideri venga ricondotta a un’egemonica narrazione dominante e resistiamo con tutte le nostre forze a questo processo infinito di assimilazione soffocante.

Incentiviamo l’esaltazione delle differenze come moltiplicatore politico affinché le categorie “normale\anormale” diventino un concetto obsoleto e tutte le dicotomie che istituiscono il concetto di normalità – in cui nessun* ricade e a cui tutt* devono però aspirare, come “uomo\non-uomo”, “etero\non-etero”, “umano\meno-che-umano”, bianco/non bianco, “cisgender\transgender” – cessino di esistere, perché vogliamo distruggere tutte le gabbie e i confini che ci opprimono, e lo facciamo attraverso l’azione diretta e l’opposizione ai sistemi di potere su cui si basano e che le giustificano.

Noi, non lottiamo per avere gabbie più comode, ma per distruggerle del tutto. I confini li vogliamo abbattere, non renderli leggermente più flessibili. Siamo animali resistenti, solidali con chi resiste a prescindere dal colore della pelle, dei peli o delle piume. Invochiamo coalizioni transgenere e transpecie, sovvertiamo norme e verità e sperimentiamo modi di esistere altri, non riconosciuti né assimilabili.

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

E non prevede strade securizzate dalla polizia, locali alla moda, serate “friendly” – nelle quali l’unica libertà che ci è concessa è quella di spendere quei pochi soldi che abbiamo in quartieri gentrificati dalle politiche di speculazione – quartieri militarizzati che possano “tollerare la nostra identità sessuale”. Non saremo, nel futuro come nel presente, corpi immagine della vetrina per Torino.

Creiamo spazi di rivolta. Lottiamo con le unghie e con i denti per aprirci luoghi di espressione di ogni favolosità, non incarichiamo agenzie di bodyguard di custodire le chiavi di un qualche village – perché tanto i soldi per pagarle non ce li abbiamo.

I nostri sogni ci spingono ben al di là di banali posti di lavoro inclusivi, vogliamo liberarci dalla schiavitù del lavoro per il reddito. Vogliamo la casa, il sesso e le rose, e non abbiamo bisogno della legittimazione del sindaco o della musica della banda dei vigili municipali: ce la cantiamo e ce la suoniamo da sol*! Preferiamo lottare in prima linea per i nostri diritti che lasciare che vengano strumentalizzati dai partiti del momento.

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

Perché già oggi decostruiamo, attraverso le pratiche, il concetto di famiglia tradizionale ed eteronormata. Perché famiglia è ciò che ciascun* di noi riconosce (o disconosce) come tale. La non genitorialità, la monogenitorialità, la genitorialità condivisa, vivere sol*, includere all’interno del proprio cerchio di affetti e solidarietà amic*, partner, altri animali, compagn* di lotta. Amare una sola persona o più d’una, decostruire il concetto stesso di amore. Relazioni che esistono, resistono e non possono essere assimilate.

Hackeriamo l’idea di matrimonio patriarcale: non ci serve un’istituzione monolitica e tinta di arcobaleno per sentirci “uguali”. Ciò di cui abbiamo bisogno sono nuove forme di relazione, di solidarietà e di affettività, che tengano conto delle nostre esigenze e delle nostre fragilità. Rifiutiamo le dinamiche capitaliste di possesso e di oppressione e abbracciamo l’era delle zoccole etiche.

La polemica sulla genitorialità si è fossilizzata esclusivamente sul diritto a diventare madri e padri. Mentre il dibattito sugli aspetti medico-scientifici o tecnico-legali della genitorialità non eterosessuale è molto acceso, quello sull’imposizione patriarcale del concetto di famiglia è completamente assente. La genitorialità è una scelta consapevole, che va oltre la retorica dell’amore tra due persone.

La “famiglia tradizionale” è il luogo per eccellenza nel quale bambine e bambini subiscono o assistono ad episodi di violenza e nel quale è difficile, quando non impossibile, venire credut* e supportat* nel caso in cui si decida di contrapporsi a uno dei volti più beceri e violenti del patriarcato capitalista. Nel vostro domani si realizzano le condizioni per perpetuare e rendere sempre più pervasiva l’istituzione familiare tradizionale mentre diminuiscono gli spazi necessari per ragionare sulla cultura dello stupro e su come combatterla, sostituendola con la cultura del reciproco rispetto, del consenso e dell’autodeterminazione dei corpi e dei desideri.

La narrazione dominante descrive la violenza di genere come un problema vissuto esclusivamente dalle donne, rappresentate come deboli e indifese di fronte all’impeto sessuale del maschio dominante, e in quanto tali bisognose della protezione securitaria offerta dallo stato e dal suo braccio autoritario. Quello di cui noi siamo già consapevoli è che la violenza di genere viene subita da tutte quelle persone che non interpretano correttamente i ruoli loro assegnati..

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

Oggi più che mai scegliamo di lottare a fianco delle migranti e dei migranti che sfidano i muri innalzati dagli stati, i fili spinati e le detenzioni coatte. Non respingiamo soltanto i confini imposti con la forza da chi ritiene di appartenere alla parte perbene del mondo – quella ricca, quella culturalmente superiore, quella che detiene potere di vita o di morte.

Con i permessi di soggiorno che ci avete concesso faremo un abito da sera favoloso; con le carte d’identità atte a decidere se siamo uomini o donne ci costruiremo un vascello pronto a salpare verso coste inesplorate. Siamo per il diritto alla libera circolazione: froce terrestri, aliene, intergalattiche unitevi! Rifiutiamo l’idea di patria e di nazione, come pure la fortezza Europa, che alza nuovi i muri e disegna nuovi steccati.

Ci dissociamo dal coro islamofobo e non cediamo allapaura instillata dalla macchina mediatica per farci sentire assolt* nell’indirizzare il nostro odio su un nemico facile. Ben più difficile sarebbe scendere a patti con le nostre famiglie cattoliche, con i nostri desideri cristiani e con la quotidiana omofobia italiana: intrisa di acqua santa e verniciata di patriarcato.

Nel futuro che state costruendo l’Africa è soltanto un continente omofobo e vi ergerete a caritatevoli insegnanti di civiltà. E cosi sovvenzionerete e appoggerete politiche civilizzatrici che mettono sull’altare del sacrificio i corpi di altr*, spesso queer, spesso neri, spesso poveri, spesso privi dei vostri privilegi. Facile sacrificare altri corpi alla causa della vostra lotta mondiale all’omofobia. Come già facevate ieri e continuate a fare oggi in Medio Oriente, dove verniciate di rosa ogni giorno il sangue versato dal Popolo Palestinese, vittima dell’Apartheid diIsraele.

Facile usare la retorica dei diritti umani per legittimare interventi armati, ricatti internazionali e investimenti neo-colonialisti. Ironico poi che voi vi autoproclamiate bianchi eroi del mondo, quando i veri corpi protagonisti di Stonewall erano neri, ma voi questo non lo ricordate, o meglio, avete voluto dimenticarlo pur di sembrare accettabili nel vostro privilegio bianco.

Noi non dimentichiamo i corpi trans, neri, le esistenze marginali che ci han condott* qui. I nostri corpi non legittimeranno i bracci di ferro tra stati postcoloniali, non legittimeranno il pinkwashing, non permetteranno l’ennesimo progetto civilizzatore.

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

Perché già oggi ciascun* di noi lotta per autodeterminare il proprio genere, il proprio nome e pronome, e vuole avere il diritto di decidere se prendere o non prendere ormoni e adeguare il suo aspetto a uno dei tanti generi che desidera performare, senza passare per l’inquisizione istituzionale che ci sovradetermina e ha la discrezionalità per decidere se siamo “trans abbastanza”.

Nel nostro futuro nessun* dovrà sentirsi dire “è solo una fase”, “non esisti”, “prima o poi dovrai scegliere”, e ci sarà spazio per qualsiasi orientamento romantico/aromantico e sessuale/asessuale, per qualsiasi tipo di relazione senza pretese di “normalizzazione” e ansie da prestazione.

Perché siamo tant*, differenti e se nel nostro oggi siamo trans scheccanti, pazze, arrabbiate e nervose, nel nostro domani tutto ciò che siamo sarà solo ulteriore espressione della nostra favolosità.

Perché i corpi normati e omologati “da copertina” non ci bastano. Stravolgiamo le dicotomie che dividono i corpi in belli/brutti, abili/disabili, normali/devianti, sani/patologici, presentabili/impresentabili.

Perché la I di intersex non è solo una lettera in più nell’acronimo LGBTQI, ma è una realtà biologica che mette in crisi l’ordine sessuato su cui si fonda la nostra società e il suo controllo biopolitico. Nel nostro futuro, nessun corpo deve subire mutilazioni e/o trattamenti medici non consensuali perché nato con caratteristiche biologiche che non rientrano nelle idee di maschio o femmina standard. Nel nostro futuro, nessun organo sessuale è “impresentabile” per il solo fatto di essere diverso dalla media. E questo futuro dev’essere adesso, perché domani è tardi e la dittatura del binarismo sessuale avrà già fatto qualche vittima in più.

IL NOSTRO FUTURO E’ ADESSO

Siamo i corpi malati, corpi sieropositivi, corpi cronicizzati. Il nostro futuro è oggi, perché abbiamo rinunciato all’illusione di un futuro indefinito e viviamo un rapporto diverso, queer, col tempo che viene. Corpi fragili che desiderano fortemente. Siamo i corpi in lotta nella farmacopolitica globale e dello stigma sociale, con le loro sfighe e i loro privilegi di fronte alle diseguaglianze mondiali nella diffusione dei trattamenti. Siamo corpi terminali e invisibili ai più, corpi viventi splendenti nella luce di una carezza.

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

Nel nostro presente ci riappropriamo delle tecnologie come estensione dei nostri corpi. Rivendichiamo il diritto a conoscerle, trasformarle, produrle e riprodurle liberamente. Usiamo e vogliamo più tecnologia libera, i cui principi e dettagli di funzionamento e produzione sono pubblicamente accessibili, aggiornabili e realizzabili. Vogliamo scrivere i nostri software, stampare i nostri circuiti, saldarci e fresarci i nostri pezzi e arti, costruirci le nostre macchine e sintetizzarci i nostri farmaci.

Ci riappropriamo della tecnologia esistente facendola a pezzi con l’accetta, per capirla e trasformarla secondo le nostre esigenze e non quelle del mercato che le ha prodotte. Riconosciamo il ruolo di potere della tecnologia come moltiplicatore/riduttore di dinamiche sociali e della spesso invisibile oppressione e discriminazione sistematica che essa attua.

Per evitarlo promuoviamo e pratichiamo unapproccio alla tecnologia che includa tutte le entità coinvolte nella sua progettazione, produzione, distribuzione, trasformazione, uso ed effetto.

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

Siamo mirabolanti cyborg, desideranti e desiderate. Il grottesco e fiabesco innesto di carne, chip, ciprina, rabbia, sborra, pasticcini da tè, ormoni e musica punk. Ed è per questo che ci troviamo deliziose e deliziosamente spaesate ogniqualvolta leggiamo nella costituzione della vostra repubblica, che pretende di rappresentarci, di società naturale, famiglie naturali e manzo bio.

Siamo senzapatria e senzadio perché riteniamo doveroso disertare i desideri di ciò che stato e dio (che, come dice Bambi, sono veri solo se ci credi) desidera per noi. Ogni volta che stato e chiesa agiscono la biopolitica disegnando le agende dei nostri desideri, una fatina muore: siamo le sopravvissute della decadenza urbana.

Agiamo, è certo, lotta dura contronatura. Imperterrite e inarrestabili frocizzeremo i/le vostr* nonn*, zi*, genitori e genimucche, figl*. Danziamo sabba sui cadaveri delle società normate perché, dice la saggia, se non si balla non è la nostra rivoluzione!

Non crediamo all’illusione creata per nascondere quell’anormalità e mostruosità che è in ognun* di noi e che rivendichiamo senza vergogna. È un’illusione costruita sui privilegi ereditati da secoli di oppressione e sfruttamento dell’altr*. Abbracciamo l’anormalità, liberiamo mostri!

IL NOSTRO FUTURO È ADESSO

Chiamiamo alle armi per il coming out eterosessuale! Chi non l’ha mai preso in culo alzi la mano! Ribaltiamo l’obbligo alla visibilità imposto dall’universalismo Gay quando e come ci pare, perché sappiamo come questa logica sia governata da regole di presentabilità che non ci interessano neanche un po’: non siamo “normali”, non siamo “famiglie come loro”, non siamo neanche avvicinabili!

Il domani vi appartiene?

noi rivendichiamo l’oggi

delle nostre vite precarie

dei nostri corpi animali

delle nostre sessualità eccedenti

prive di scopi riproduttivi

ma avide di godimento!

“Generate parentele, non bambin*!” (Environmental Humanities, Haraway 2015: p. 161)


Lug 6 2016

Uno spezzone critico al Pride

Il nostro spezzone critico al Pride, ecco lo streaming su Radio BlackOut!

Un spezzone critico al Pride di Torino


Mag 17 2016

4 Giugno – Squat Around The Town Vol. 2 – Taz Festival

State incollati a Radio Blackout nel pomeriggio di mercoledì 1 Giugno per sapere il posto dove si terrà l’evento.

Sabato 4
Giornata Queer-Disco-Trash-BalliDiGruppo-LimoniBellavita
Pomeriggio con incontri e sport

Grande chiusura con:
Trash Block
Dj Hppatoio+Dj Sbrock+Dj Vorrej – ElectroTrash
con il supporto di Vj Uno – Pornovisioni

Per tutti i 4 giorni cibo e bar a prezzi popolari, liquorini autoprodotti, possibilità di campeggiare, distro. L’incasso del bar sarà destinato per progetti in sostegno del popolo kurdo.
Tenete d’occhio l’evento per aggiornamenti su incontri e gruppi.

https://www.facebook.com/events/103247006744535/


Mag 13 2016

19 Maggio – Dall’intersezionalità all’animal queer: scontri e incontri tra corpi e desideri

intersezionalita

Giovedì 19 Maggio 2016 – Ore 21:00
CSOA Gabrio
Via Francesco Millio 42, 10141 Torino

Tracceremo un percorso che sappia accompagnarci dalla scoperta della teoria intersezionale (intersezionalità: chi ha coniato il termine, cosa significa, quale valore aggiunto e strumenti offre per l’analisi dei sistemi d’oppressione e l’azione politica) alla estensione del termine quale “connessione delle lotte”, per arrivare alla decostruzione del dualismo umano/animale e alla scoperta, o forse riscoperta, della comunanza dei corpi e dei desideri animali.

Dalle ore 20 con aperitivo bellavita vegan (porta da mangiare e da bere da condividere).
Inizio evento ore 21.

https://www.facebook.com/events/500590056811580/


Mag 11 2016

21 Maggio – Veniamo Ovunque – Manifestazione NazioAnale Transfemminista Lella Frocia

21bologna

Manifestazione nazioAnale TransfemministaLellaFrocia
VENIAMO OVUNQUE!
Spazi corpi desideri autogestiti
Sabato 21 maggio, ore 15, piazza del Nettuno, Bologna

::: Il SomMovimento NazioAnale scende in piazza con la
Dichiarazione di indipendenza della Popola delle Terre Storte
https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2016/05/05/dichiarazione-di-indipendenza-della-popola-delle-terre-storte/ :::

Corrono tempi bui. Grigi signori in piedi con libri in mano, schierati a scacchiera nelle piazze, predicano di correre subito ai ripari perché imminente è la disfatta dell’ordine (v)eterosessuale e la vittoria dell’Internazionale Frocialista. E hanno ragione. Senonché di ripari, non ve n’è alcuno!

Corrono tempi bui. Mesi di travagliate discussioni affinché i parlamentari decretassero che le froce si possono unire in coppie docili e mansuete, senza pargoli da allevare. Ma ben prima della loro autorizzazione, abbiamo costruito e viviamo reti d’affetto multiple, fatte di amiche, compagn@, fratelle, sorelli, bambin*, amanti.

Corrono tempi bui. Società sessiste e eteropatriarcali si scoprono paladine della libertà femminile solo quando serve per mostrificare i musulmani e militarizzare le città. Ma la lotta delle donne contro la violenza maschile è da sempre autorganizzata. Femministe, migranti e froce di tutti i colori già sfilano insieme per distruggere i confini e per il transito illimitato tra i generi e i territori.

Corrono tempi bui. Vi sono luoghi di lavoro in cui ci dobbiamo fingere eterosessuali, altri in cui siamo obbligate a regalare la nostra eccentricità all’azienda, confezionandola secondo i desideri dell’ufficio marketing. E anche se il glamour gay, lo chic lesbo, il look underground fanno aumentare i loro profitti, misera è la nostra paga e precaria la nostra vita. Ora basta! Mentre si prepara la fucsia primavera, se proprio dobbiamo venderci, saremo noi a stabilire il prezzo e il modo.

Froce incivili, creative esaurite, camioniste fuori moda, vecchie checche senza contributi, trans* euforiche/i/u, massaie critiche, butch insolventi, puttane inflazionate, nonne ribelli, precarie messe al bando, ci siamo unit* e proclamiamo al mondo la

DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA DELLA POPOLA DELLE TERRE STORTE

Siamo finocchie selvatiche, femministe in erba, trans in fiore, genuine e clandestine: creiamo genealogie e parentele oltre le specie. Siamo trans-ecologiste e resistiamo alla radioattività della famiglia nucleare sperimentando forme sovversive di affetto, piacere, solidarietà, relazione. Siamo le guerrigliere della lotta anale contro il capitale.

Sottraiamo la nostra creatività ai brand della moda. La contessa di AccaEmme, la regina di Kos, da oggi si vestiranno da sole. Designer e parrucchiere, stiliste e commessi, allestiamo apparati effimeri per il funerale dell’eterosessualità obbligatoria.
Lesbiche virtuose del fai-da-te, non maneggiamo più trapani, seghe, martelli per vendere le merci del Re Merlin, ma li usiamo per costruire spazi liberati dallo sfruttamento e dalla competizione neoliberista.
Ci siamo già infiltrate nelle redazioni dei giornali femminili, delle radio commerciali, della televisione nazionalpopolare: interrompiamo la trasmissione dei ruoli sessuali e la programmazione delle nuove identità preconfezionate, produciamo format di sovversione.

Con i poteri che ci siamo date, aboliamo il culto dell’autoimprenditorialità e l’obbligo di trasformare tutto ciò che siamo e facciamo in qualcosa di spendibile sul mercato del lavoro. Startuppami ‘sta fregna!
Con le briciole di riconoscimento concesse dall’azienda e dalle politiche antidiscriminatorie ci facciamo i biscottini. Abbiamo comunque deciso di prenderci tutta la pasticceria.
Parliamo noi per noi stes(s)e e ci autoriconosciamo, le une con gli altri/e/u.

Sottraiamo per sempre i nostri saperi e quelli prodotti su di noi all’Accademia del Capitale, per restituirli alla libera circolazione. Non saremo più un caso di studio, perché le nostre vite eccedono qualunque teoria: autogeneriamo conoscenza su di noi, animali umani e non umani, e sul mondo.
Ci riappropriamo in forma collettiva e autogestita dei nostri corpi, della loro capacità di godere, di creare, di trasformarsi.
Nelle consultorie transfemministefroce, decostruiamo e ri-costruiamo i nostri corpi con tutte le protesi fisiche e chimiche che desideriamo, reinventiamo i canoni estetici, i piaceri, il concetto di salute e sovvertiamo le pratiche della cura.

Lavorare stanca: nella fucsia primavera proclamiamo l’abolizione del ricatto del lavoro.
Istituiamo un piano queerquennale che prevede casa, luce, acqua, rose, gardenie e fiori di lotta perpetua per tutti, tutte e tette.
Siamo stufe di stare in appartamenti cari e brutti: ci riprendiamo basiliche, ville, condomini sfitti e castelli per tutti, tuttu e tutte! A ciascuna, ciascuno e ciascunu secondo i suoi bisogni, i suoi desideri, le sue fantasie.

Proclamiamo l’inizio della de-civilizzazione. Rifiutiamo la logica che divide le culture in “avanzate” e “arretrate” con la scusa dei “diritti” delle donne o delle cosiddette “minoranze” sessuali. Sostituiamo l’avanzata rettilinea del Progresso con percorsi obliqui, grovigli, passi di danza, vagabondaggi.
Ci prendiamo tutto lo spazio che ci serve. I pompieri sugli alberi miao, gli sgomberi ciao.

Noi, Popola delle Terre Storte, irrompiamo nello spazio pubblico oltre le forme autorizzate del vivere.

Siamo uscite/i/u dalle dark room, dalle palestre, dai ritiri in campagna, debordiamo dagli spazi autogestiti sgomberati, dalle strade e dai marciapiedi, dai luoghi perimetrati dove volevate ghettizzarci. Convergiamo in spazi comuni in continua espansione. Contaminiamo ogni luogo con la nostra favolosità: ogni via, ogni strada, ogni angolo ci serve per ridisegnare le geografie dei desideri e dei piaceri. Chi ci voleva a casa a spolverare i mobili, ci ha trovato in strada a polverizzare i ruoli di genere.

Siamo l’imprevisto nell’ingranaggio del capitale. Venite e godete con noi!

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FB: Collettivo femminista queer Trento
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Mag 5 2016

“No, caro Minerba, non ci stiamo: è il nostro culo quello di cui si sta parlando!”

A proposito dell’intervista apparsa ieri su [Mangiatori di cervello], non resistiamo alla tentazione di rispondere a Minerba, direttore del ‪[#‎tglff‬].

Minerba afferma: “Non è il primo anno che l’ambasciata Israeliana finanzia il nostro Festival. Per loro è importante che i film prodotti nel loro Paese approdino e abbiano un buon riscontro al nostro Festival, il terzo nel mondo a tematica LGBT per durata e importanza; azione, quella dell’ambasciata, in linea con tante altre istituzioni straniere che spingono il proprio paese in altri ambiti. L’anno scorso, per esempio, l’Ambasciata Israeliana ha finanziato, in modo ben più consistente rispetto a quest’anno, una retrospettiva sul regista di Tel Aviv Amos Guttman che è sempre stato critico nei confronti dell’operato politico israeliano. “

Le dichiarazioni di Minerba non fanno altro che confermare quanto abbiamo cercato di evidenziare, ovvero l’ennesimo tentativo, da parte di Israele, di ripulirsi l’immagine sfruttando le tematiche LGBT. Per quanto sostenga che le finalità del finanziamento siano diverse da quelle da noi contestate, la strategia politica del “pinkwashing” e il suo utilizzo da parte dello stato di Israele è assai nota, e consiste nello sfruttare la promozione di diritti civili delle persone LGBT per occultare le politiche e le azioni nazionaliste israeliane nei confronti della Palestina.
È evidente come il governo israeliano stia cercando di passare come l’unico portabandiera del progresso e dei diritti in medio oriente, nel tentativo di spostare l’attenzione da temi quali l’apartheid, la discriminazione etnica, la violazione dei diritti umani.
Ci domandiamo, dunque, come sia possibile che il signor Minerba non noti un collegamento tanto palese, accettando per il suo festival finanziamenti che lo rendono di fatto complice di questa tattica politica.

Minerba poi dice: “Il nuovo nome e la comunicazione sono rivolte a chi non mastica i termini dell’attivismo LGBTQI, i giornalisti, le persone estranee alle tematiche. E poi, insomma, sono quarant’anni che ho a che fare con la società, avrò imparato quale strategia usare con chi non riesce a cogliere le sfumature, anche importanti, delle tematiche LGBTQI?”
E ancora:“Scelgo un film se mi piace, per la trama, per come la racconta, se funziona. Non lo scelgo se rispetta le quote: non mi interessa l’etnia del protagonista, non fa differenza. Stonewall prende spunto da un fatto storico per romanzare una trama, ci è piaciuto e lo abbiamo inserito. È il messaggio che conta, non chi o come viene animata la storia.”

Quello che il signor Minerba forse non riesce a cogliere della nostra critica è che il festival, trattando le narrazioni delle persone LGBT+, ha – volente o nolente – un’intrinseca responsabilità politica sia in merito al materiale scelto, sia per la forma in cui lo promuove.
La scelta di mettere in ombra soggettività altre che non siano quelle gay e lesbiche (a partire dal cambio di nome del festival) appare un mesto tentativo di rendere più digeribile per il grande pubblico le tematiche LGBT. Quest’operazione di normalizzazione è deprecabile, in quanto ha l’effetto di invisibilizzare ulteriormente le persone già storicamente meno rappresentate e universalmente marginalizzate.
Ci chiediamo, inoltre, se queste scelte non nascondano il preciso intento di depoliticizzare una manifestazione seguendo la logica del marketing e del profitto.
Dal momento che uno degli scopi fondanti del TGLFF è la diffusione delle culture LGBT+, a maggior ragione dovrebbe mantenere un livello (almeno MINIMO) di coerenza, promuovendo contenuti di qualità, senza limitare le proprie valutazioni esclusivamente al potenziale numero di biglietti venduti.
Da questo punto di vista, al di là del nostro personale gusto e della nostra sensibilità politica, Stonewall, la pellicola hollywoodiana mainstream scelta per l’apertura, è stata oggetto di critica sia da parte della critica cinematografica (che lo ha giudicato un film mediocre), sia delle comunità LGBT+ internazionali, che hanno lamentato il revisionismo storico operato ai danni della comunità trans e di colore, nonché l’eccessiva rivisitazione dei fatti realmente accaduti.
Per quali ragioni quindi aprire il festival con Stonewall, se non per motivazioni puramente commerciali ed economiche?
Peraltro, il film lo abbiamo visto (controvoglia e senza finanziarlo), e lo abbiamo ritenuto francamente pessimo. Nulla di nuovo, anche la filmografia LGBTQ ogni tanto presenta film mediocri.
Possibile però che, quando si tratta di giudicare un film che racconta la nostra storia allora il senso critico venga sospeso?
Infine, constatiamo ancora una volta come qualsiasi critica radicale alla rappresentatività LGBT normativa venga banalizzata e derubricata, attribuendola a “studentelli borghesi sfaccendati”.
Ieri sera i nostri corpi froci, trans e precari erano in piazza ben visibili e chiaramente non riconducibili a simili etichette, stantie e abusate.
Ogni (auto)critica al movimento è vissuta – in stile totalitario – come attacco. Per cui ci chiamano fascist*, nazisti, omofobe, ci dicono che facciamo i froci col culo degli altri. ecc.
No, caro Minerba, non ci stiamo: è il nostro culo quello di cui si sta parlando!