Lug 3 2017

I DIRITTI SE NON SONO PER TUTT* SI CHIAMANO PRIVILEGI

Siamo venut* a sapere della storia di B&G (QUI) che si sono rivolte al comitato di quartiere di Vallette dopo aver cercato aiuto in varie strutture istituzionali. Non riprenderemo i particolari delle loro storie, ma B&G sono giovani, sono una coppia e  sono madri. B&G sono in oggettiva difficoltà a portare avanti le proprie scelte di vita, ma non sicuramente per mancanza di forza e determinazione. B&G non hanno accesso a nessuna delle figure di aiuto e sostegno alle famiglie che le istituzioni propongono. Non ci sono tutele per loro perchè per il tipo di relazione che hanno non esistono caselle legali, anzi. Il paternalismo delle istituzioni le vorrebbe vittime della loro giovane età e di storie difficili, e quindi invece che essere titolate di sostegno nelle loro scelte, sono invitate a  prendere delle strade di vita più “consone”, scelte per loro da altri.
Ma B&G rifiutano di farsi vittime, di lasciare ancora una volta che altri decidano per loro. L’assessore alle pari opportunità della città-vetrina (anche gay friendly) Torino offre loro qualche giorno in ostello, gli assistenti sociali non fanno altro che proporre loro di non condividere gli spazi e  la vita come loro vorrebbero, offrendo solo ed unicamente soluzioni temporanee separate. Nessuno sembra poter fare nulla, tutti si dichiarano con le mani legate ma nessuno alla fine sostiene questa vite così “improponibili”. Allora noi vorremmo interrogare chiunque abbia festeggiato manovre del potere sui cosiddetti “diritti LGBT” (targato PD  per la Cirinnà, o 5stelle sulle politiche locali); se le tutele non servono a chi sta nella situazione più complicata, cosa c’è da gioirne?

B&G sono state estremamente coraggiose non solo nel rifiutare il paternalismo dell’assistenza, ma anche a voler raccontare pubblicamente la propria situazione. Chissà quante storie similmente complicate non arrivano alle orecchie di nessuno. Vogliamo dire ai soggetti che sentono di aver “avanzato” nell’acquisire il contentino del  DDL Cirinnà, che se le tutele non servono a chi è in una situazione come B&G, se i diritti riguardano solo chi “se li può permettere” -per classe sociale e reddito, per età, per storie di vita, per nazionalità- allora si chiamano PRIVILEGI e, come già dicevamo in altre occasioni, non c’è nulla da festeggiare nell’acquisirli.
Non solo, festeggiare o meno non è solo una questione di “inclusività” o di speranza in avanzamenti futuri (“un passo alla volta verso il sole dei diritti”), festeggiare o chiedere diritti è un modo di posizionarsi politicamente che rinforza il privilegio, accresce le disparità e lascia spazio alla normalizzazione invece che alla critica; tale posizione non ci appartiene, in quanto soggetti queer, non perchè siamo guastafeste, ma perchè abbiamo ben presente che non c’è vero progresso se permangono differenziazione ed esclusione.

Vogliamo invece esprimere solidarietà e sostegno a B&G,

AH!squeerto – assemblea queer torino


Giu 17 2017

A CORPO LIBERO… MA DE CHE? Ovvero: di cosa parliamo quando facciamo liberazione dei copri?

“Attenzione, siore e siori! Il nostro pr_Hyde quest’anno si rinnova: includiamo, autodeterminiamo, finanche rrrivoluzioniamo! Che cinema! La confezione è cambiata per la gioia dei più piccini, ma – non temete, mamme! – resta la stessa stantia sostanza di sempre!”

Anno dopo anno si ripete la messinscena del Pride: contenitore vuoto di rivendicazioni ma scintillante vetrina delle istituzioni, delle forze dell’ordine e dei sindacati. È questa la vostra idea di liberazione dei corpi?

La liberazione dei corpi passa dal decreto regolarizzatore di una movida appiattita – che vieta il bivacco ma lascia (semi)libera l’offerta commerciale dei locali all’interno dei recinti? Passa dal fermo, dal pestaggio violento e fascista di una diciannovenne in una caserma di polizia, o da quello di un senegalese tra i banchi di Porta palazzo? L’esemplare liberazione dei corpi a Torino – nella sola ultima settimana – è la solita merdosa combo di profitto e repressione!

A corpo libero… libero – come il corpo di Theo, stuprato dalla polizia francese con un manganello – di essere pestato e violentato dalla polizia
A corpo libero… libero di essere respinto dal decreto Minniti sull’immigrazione
A corpo libero… libero di essere coperto o scoperto, purché non scandalizzi rispondiamo: “col pelo d’estate, nudo a gennaio”
A corpo libero… libero di essere rinchiuso in carcere solo per provare a resistere a uno sfratto
A corpo libero… libero – come il corpo di Adriana, donna trans deportata in varie sezioni maschili, e poi in isolamento – di essere rinchiuso in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio
A corpo libero… libero di essere sedato se provi a fare troppo rumore in un CPR
A corpo libero… libero di essere sgomberato dai quartieri, pronti a trasformarsi in tazzine di caffè lucide e scintillanti
A corpo libero… libero di essere normato da chirurghi che “correggono”, giudici che “autorizzano”, medici che “diagnosticano”
A corpo libero… libero di vivere nel binarismo, di scegliere tra gli 0 e gli 1
A corpo libero… libero di finire in prigione preventiva per 9 mesi se provi a ribellarti durante uno stupro di gruppo e ne ammazzi uno!

Per questi motivi abbiamo deciso di non attraversare questo Pride, sempre più brandizzato e sempre più povero di contenuti.

A una parata che procede con in testa una sindaca che vende un parco pubblico affinchè sia riempito di gabbie contenenti corpi sofferenti (A CORPO LIBERO?)
A una parata che procede circondata da poliziotti che il giorno prima pestano un ragazzo ammanettato ed immobilizzato (A CORPO LIBERO?)
A una parata dove l’impegno politico viene svenduto agli sponsor, alle bandiere di partiti che non muovono un dito se non gli conviene, agli interessi di coloro per i quali siamo corpi votanti & corpi consumatori.
A questa parata diciamo: nessun culo è libero finché tutti i culi non saranno liberi

La libertà di cui parlano nei loro comunicati, con la quale si fanno bell* per le foto sui giornali, per le campagne elettorali, non è la nostra libertà.
Ai millantati corpi liberi di essere ubbidienti cittadini ovvero servi dello stato e di consumare la nuova mcCola arcobaleno, opponiamo i nostri porci liberi, eccentrici e favolosi

A porco libero ci opponiamo alla retorica neoliberista che sostiene che la liberazione sessuale passi per uno spazio concesso una volta l’anno, una ricorrenza democratica per la quale dovremmo sentirci riconoscenti e sempre ci-vili
A porco libero ci opponiamo al modello sociale normativo che ingabbia anche le rivendicazioni del movimento LGBTQI*, per il quale l’affermazione personale e il riconoscimento delle dignità da parte della società tutta ha tappe obbligatorie nel nucleo famigliare, nella relazione amorosa, nel binarismo di genere, nella monogamia
A porco libero ci opponiamo al decoro del dehors e di christian Dior, praticando gaio degrado per la strada e nelle vostre case
A porco dio ci opponiamo alla retorica cattocula che strizza l’occhietto ammiccante alla comunità LGBTQI* e che pervade i discorsi intrisi di pietismo di tutt* coloro che pensano che “dio non è omofobo”. Dio esiste, se ci credi, puoi chiamarlo se vuoi potere biopolitico. Ci opponiamo ad ogni credo che voglia prescriverci chi dobbiamo amare e come dobbiamo amare, ciò che è pulito e ciò che è sporco, ciò che è decente e ciò che è indecente.
A porco libero deridiamo la vostra pavida retorica sui confini, e pretendiamo la distruzione dei CPR e di ogni frontiera
A porco libero, porc* liber* e anche i cugini cinghiali e tutti gli animali umani e non umani

Noi andiamo a ruota libera senza essere ruote dell’ingranaggio

La frocietà c’è e lotta insieme a noi, per la liberazione dalle molteplici forme di oppressione che subiscono i nostri corpi e quelli di tutt*. La rivoluzione sarà transfemminista queer o non sarà, fatevene una ragione o fateve una (rivoluzione)

Frocie e cupie a ruota libera contro decoro e confini!


Mar 16 2017

Corpi che non contano – Prospettive antispeciste e queer.

28 marzo 2017, h.17 – Aula 5 Palazzina Einaudi 1° Piano (accanto al Campus Luigi Einaudi), Università degli Studi di Torino – Lungo Dora Siena 68/a (Torino)


L’incontro propone una riflessione sulla liberazione animale e il transfemminismo queer da un punto di vista intersezionale. Intendiamo introdurre il pubblico alle questioni relative ai punti di contatto e di frizione esistenti nell’intersezione tra la critica antispecista e la teoria queer, e le prospettive future relative alle politiche che scaturiscono dalle alleanze anziché dall’identità dei soggetti resistenti.

Intervengono:

Federico Zappino: filosofo, traduttore e attivista transfemminista queer;
Marco Reggio: attivista antispecista, componente dell’associazione Oltre La Specie e redattore della rivista Liberazioni;
Massimo Filippi: pensatore e militante antispecista, autore di diversi saggi sulla questione animale.

Moderazione e introduzione a cura di:
feminoska: mediattivista, redattrice della rivista Liberazioni e attivista di Ah sQueerTO!
Cristian Lo Iacono: Responsabile Centro Documentazione GLBTQ Maurice e attivista di Ah sQueerTO!


Nov 30 2016

Video integrale del convegno: Disabilità e Assistenza Sessuale.

Video integrale del seminario organizzato da Ah! sQueerTO! e Centro Documentazione Maurice:

Disabilità e assistenza sessuale.
Dibattiti e analisi di pratiche di sex working.
(28 ottobre 2016, 17.30, CLE UniTo – Aula A4)

L’incontro propone l’apertura di un dibattito cittadino sulla questione dell’assistenza sessuale alle persone con disabilità fisica. A partire dal punto di vista di attivisti/attiviste e lavoratori/lavoratrici del settore, intendiamo introdurre il pubblico, il più vasto possibile, alle questioni che riguardano l’accesso alla vita sessuale, la sua piena disposizione per tutti i soggetti, e la questione quindi collegata del sex working. Gli organizzatori e le organizzatrici si pongono in dialogo con soggetti disabili, operatori ed operatrici del settore, psicologi e psicoterapeuti, attivisti e con ogni individuo interessato al tema.

Intervengono:
Gabriele Segre (Torino): Attivista queer sul tema sessualità e disabilità.
Judith Aregger (Ginevra, Svizzera): assistente sessuale e sessuologa.
Giulia Garofalo Geymonat (Lund University): Ricercatrice e attivista.

Moderazione, introduzione e traduzione:
Lia Viola: PhD in Antropologia Culturale e Attivista di Ah sQueerTO!
Cristian Lo Iacono: Responsabile Centro Documentazione GLBTQ Maurice e Attivista di Ah sQueerTO!

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Nov 19 2016

Volantino Transgender Day of Remembrance\Trans Freedom March Torino 2016

Il movimento LGBTIA e Queer scendono in piazza oggi – come ogni anno, da 16 anni a questa parte – per celebrare una triste ricorrenza: il Tdor, TRANSGENDER DAY OF REMEMBRANCE. In questa giornata
di lutto, nella quale ricordiamo alcune delle troppe vittime dell’odio e della violenza transfobica, vogliamo dire basta alla discriminazione transfobica e alla violenza che colpisce le persone transessuali, transgender e non-binarie.

Il movimento transfemminista queer lotta da sempre contro l’oppressione e la violenza prodotte dalla cultura etero-cis-patriarcale. La violenza transfobica che anche oggi contestiamo e combattiamo, è solo l’ennesima declinazione e settorializzazione della violenza DEL genere.

Le norme etero-cis-patriarcali, che prevedono un rigido sistema di assegnazione dei generi sotto forma di un sistema binario apparentemente indiscutibile, prevedono che:

1) Il principio di assegnazione del genere su base sessuale, con il quale ci viene assegnato un genere alla nascita sulla base del sesso biologico apparente, non possa essere messo in discussione; una persona identificata in quanto maschio alla nascita dovrà obbligatoriamente essere un uomo, una persona identificata in quanto femmina dovrà essere una donna. Questo è il concetto fondamentale su cui si basa il cis-sessismo, ovvero la discriminazione di ogni persona che non rispetti questo rigido schema e che abbia un’identità di genere che differisce dal genere assegnato alla nascita.
2) i generi “uomo” e “donna” (o più genericamente la “maschilità” e la “femminilità”) sono obbligatoriamente rigidi, complementari e asimmetrici, perché funzionali ad un regime di eteronorma obbligatoria, e sono gli unici generi considerati validi: chiunque non rispetti questa rigida divisione, e non possa o non voglia ricadere in una delle due possibilità previste, viene semplicemente considerat* un “errore” da correggere. Questo è il concetto su cui si basa la discriminazione binaria delle persone che hanno un’identità di genere diversa dalle due suddette.
3) insieme ad un sesso e ad un genere, ci viene assegnato alla nascita anche un ruolo di genere a cui tutt* siamo chiamat* ad aderire e a cui nessun* può sfuggire: le persone non sono libere di interpretare soggettivamente la propria identità di genere, ma devono performarla nell’unico modo codificato che la cultura etero-cis-patriarcale prevede.

Chiunque non rispetti queste norme diventa automaticamente potenziale vittima di violenza da parte di chi sostiene e non intende mettere in discussione il sistema; questa è l’origine della violenza transfobica, e non un generico quanto non meglio definito “odio verso le persone trans”. Si tratta invece proprio dell’atto di rigettare e negare chiunque non rientri nella narrazione etero-cis-patriarcale dominante: una persona trans, semplicemente con la sua sola esistenza, mette in crisi e dimostra tutti i limiti di questo sistema, e ne paga le conseguenze diventando il bersaglio della violenza.

Le persone trans sono la prova vivente del fatto che la “narrazione del genere” dominante è violenta e oppressiva.

Non vogliamo relativizzare o sminuire la violenza transfobica, quanto decostruirla e ricontestualizzarla nella più ampia cornice della violenza legata al genere, soprattutto per poterne riconoscere le reali cause e sconfiggerla una volta per tutte. E’ fondamentale risalire alle reali cause del problema e non semplicemente limitarsi ad osservare e
denunciare un particolare tipo di violenza, quando tutte le forme di violenza legate al genere hanno una base culturale comune.
Definire la violenza sulla base di una categorizzazione delle vittime, specialmente quando le cause sono comuni, non permette di analizzare la violenza del genere come fenomeno strutturato e sistemico, nonché profondamente radicato nella narrazione culturale dominante e non solo peculiare a determinate minoranze o categorie di persone e contesti.

La violenza del genere tocca tutt*, ovunque, tutti i giorni, e tutt* dobbiamo prendere posizione affinché questa violenza cessi una volta per tutte!
Ah sQueerTO! – Assemblea Queer Torino
https://ahsqueerto.noblogs.org/
https://www.facebook.com/ahsqueerto

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Nov 3 2016

26N: Per uno spezzone transfemminista queer al corteo nazionale contro la violenza maschile sulle donne

In moltissime parti del mondo – in Sud America, in Polonia, in Spagna – le donne stanno occupando le strade: femministe, trans*, sex workers, soggettività lgbtqi, tutt* insieme con i propri corpi e le proprie rivendicazioni, incrociano le braccia per dire basta ai femminicidi e alla violenza di genere e per affermare la propria autodeterminazione. Il prossimo 26 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, si scenderà in piazza a Roma con un grande corteo nazionale al grido di “Non una di meno”vogliamo esserci come lelle, froce, trans*, puttane e terrone con uno spezzone transfemminista queer aperto a tutt* coloro che fanno della lotta alla violenza eteropatriarcale, all’eterosessualità obbligatoria e al binarismo di genere una priorità.

La violenza maschile contro le donne non deve e non può essere in alcun modo relativizzata. Allo stesso tempo, la nostra esperienza della violenza di genere mette in evidenza i nessi tra violenza maschile, eteronormatività e imposizione del binarismo di sesso-genere.
Come transfemministe queer siamo costantemente in lotta per costruire un mondo libero dalla violenza di genere, la cui enormità è davanti ai nostri occhi ogni giorno con un vero e proprio bollettino di guerra. Ma la violenza non è solo quella rappresentata mediaticamente, non è un elemento disfunzionale rispetto ai presunti normali rapporti tra uomini e donne, non è l’eccezione nel mondo etero-cis-patriarcale, ma è un fenomeno sistemico e strutturale. Al cuore di questa violenza ci sono l’eteronormatività e l’eterosessualità obbligatoria che producono un sistema di generi rigidamente binario, secondo il quale la propria “maschilità” o “femminilità” e i ruoli sociali dipenderebbero dal sesso assegnato alla nascita. In questa cultura, “maschile” e “femminile” sono generi costruiti come opposti, complementari e asimmetrici: tutto ciò che è “femminile” occupa un posto inferiore. Chiunque provi a ribellarsi alla norma che determina quale posto bisogna occupare nel mondo, che sia una donna che sceglie di lasciare il marito violento o un* adolescente che scappa da una famiglia che non le/gli permettere di scegliere liberamente come vivere il genere, la sessualità e i legami affettivi, viene colpit* dalla violenza di questo sistema, viene ricondott* all’ordine e, se continua a ribellarsi, uccis* o suicidat*.

Questa violenza ha una profonda radice patriarcale che cerca continuamente di reimporsi contro l’autonomia delle donne e i percorsi di autodeterminazione di tutte le soggettività che resistono all’eteronormatività e si ribellano al binarismo di genere: perché la matrice della violenza che colpisce le donne – cis, trans*, etero, lesbiche, queer, bi – è la stessa che produce la violenza contro tutte le soggettività che trasgrediscono la norma etero e cis, che si rifiutano di riprodurre la maschilità egemonica o di identificarsi come donne nonostante l’assegnazione alla nascita. Anche in questo senso, diciamo che la violenza di genere è violenza maschile: perché è prodotta dal funzionamento coerente della maschilità egemonica, che si costruisce come naturale e spontanea attraverso la delegittimazione e la repressione di ogni altra forma di mascolinità non normativa, non etero, femminile, lesbica, gay, trans*.
Non si tratta quindi di aggiungere altre soggettività alla lista delle vittime, ma di affermare che la violenza di genere è prodotta dalla violenza DEL genere, dall’imposizione di due sessi-generi normativi a sostegno dell’eterosessualità obbligatoria, all’interno di una cornice familista e riproduttiva. Questa violenza trova terreno fertile nella centralità sociale attribuita alla famiglia nucleare e alla coppia – intesa come unico luogo legittimo di realizzazione emotiva e di espressione dell’amore e al contempo come spazio eminentemente “privato” (“tra moglie e marito non mettere il dito!”)- e nell’immaginario dell’amore romantico: un immaginario che si nutre di senso del possesso, gelosia, esclusività, annullamento di sé e fusione simbiotica, isolamento nella coppia, non solo produce linfa per la violenza ma finisce anche per legittimarla.

In questo contesto, alla maschilità egemonica fa da contrappunto una femminilità normativa, a cui tutt* coloro che sono stat* assegnat* donne alla nascita sono chiamate ad aderire, prestandosi più o meno gratuitamente al lavoro di cura, affettivo e materiale e di riproduzione e naturalmente all’eterosessualità e alla maternità obbligatorie. Proprio a quest’obbligo ha tentato di ricondurci recentemente il fertility day, così come ci provano continuamente gli attacchi alla libertà di scelta (non) riproduttiva messi in atto dai cosiddetti obiettori di coscienza negli ospedali pubblici, che svuotando di fatto la legge 194 nel nome di un modello e un ruolo femminile destinato alla maternità, mettono a rischio non solo la libertà ma anche la vita stessa delle donne.
Non ci stancheremo mai di ricordare, inoltre, che la violenza del genere, agisce indipendentemente dalla provenienza o dalla cosiddetta “cultura” di chi la compie. Rispediamo quindi al mittente ogni lettura femonazionalista e omonazionalista della violenza contro le donne, che produce degli “altri” razzializzati (migranti, musulmani o terroni che siano), che proietta le proprie strutture eteropartiarcali su altre culture provenienti dal Sud, non solo in senso geografico, rappresentandole come meno “civili” e intrinsecamente violente, tradizionali o arretrate. Le narrazioni razziste della violenza strumentalizzano le nostre lotte per occultare il fatto che la violenza non è esterna e lontana, ma un elemento che struttura tutta la società e solidifica la comunità nazionale.

Contro la violenza del genere e di genere, contro la riproduzione della maschilità egemonica e la complicità con essa, come invito a ribellarsi anche alla femminilità normativa, vogliamo rilanciare la prospettiva dello sciopero dai/dei generi, come pratica di lotta quotidiana, di sottrazione dalle performance binarie dai ruoli di genere socialmente imposti.
Alla centralità sociale della relazione monogamica e all’immaginario romantico ci ribelliamo continuando a costruire e sperimentare molteplici forme di intimità, reti di affetti e di cura non centrate sulla coppia, perché gli affetti e le relazioni sono sempre un fatto politico, non solo quando diventano violente! Se è vero che la violenza di genere si riproduce anche dentro le relazioni non etero e queer, nella misura in cui abbiamo introiettato i codici egemonici e binari della coppia ruolizzata, nei quali siamo stat* cresciut*, risulta ancora più importante – contro ogni forma di etero e omonormatività – riaffermare il desiderio, la pratica e l’importanza politica delle altre intimità e delle forme di relazione e affetto alternative.
Crediamo che non sia possibile vincere la battaglia contro la violenza eteropatriarcale senza tessere fili di connessione tra di noi, senza leggere le intersezioni che ci sono tra l’essere donna, frocia, lesbica, trans*, queer, intersex, migrante, sex worker, terrona in una società maschile e maschilista, eterosessista e violenta, che cerca con ogni mezzo di incasellarci e ricondurci tutt* all’ordine, nelle case, sul lavoro, a scuola, per strada, nelle relazioni, nelle istituzioni e nei servizi pubblici.
Per questo, abbiamo deciso di costruire uno spezzone transfemminista queer alla manifestazione del 26 novembre, per creare lo spazio e il tempo per incontrarci, riconoscerci e posizionarci le une a fianco de* altr* nella lotta contro la violenza di genere. Perché chi ci vuole divise per disciplinarci ci troverà tutt* insieme a urlare furiose nelle strade e nelle piazze: NiUnesMenos!


Ott 26 2016

HalloQueer

Squeerto presents: HALLOQUEER poli – nucleosi & manici di scopa gala* night.

Up to you benefit Ah!SqueerTO.

*freed from desire

La festa più scheccante dell’anno!
Vieni a festeggiare Halloween con noi, performa il genere e la specie che vuoi e aiutaci a rendere la festa uno spazio sicuro. Non essere molest*, chiedi il consenso (e accetta i no).

Spazio ad alto tasso di sfrante, frocie, trans.
Lascia l’eteronorma a casa.

Da mezzanotte in Cavallerizza Reale.

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Ott 18 2016

Ah SqueerTo alla GAM di Torino

 

13 ottobre 2016

Chi attratt* dalla presenza di Paul B. Preciado, chi dalla conoscenza pregressa del lavoro di Carol Rama, chi spint* da curiosità, martedì 11 ottobre le squeertole hanno deciso di queerizzare la GAM di Torino con la loro scintillante presenza.

 

L’occasione è stata l’inaugurazione della mostra “La Passione secondo Carol Rama” cui hanno partecipato i due curatori della stessa esposizione al Museo di Arte Contemporanea  di Barcellona, Paul B. Preciado e Teresa Grandas, la curatrice di Torino, Anna Musini, e la direttrice della GAM, Carolyn Christov-Bakargiev.

Quest’ultima, prendendo la parola per prima, introduce la conferenza con un’intervista di Corrado Levi a Carol Rama da cui scopriamo che l’’attitudine e motore che caratterizza il suo lavoro è l’insofferenza per la falsità. Di se stessa disse anche: «La rabbia è la mia condizione di vita da sempre. Sono l’ira e la violenza a spingermi a dipingere». E’ questo che la muove in un impulso di perforazione, che caratterizza la sua scelta di materiali e di linguaggio. Alla domanda: «Dove sarebbe il luogo adatto per una tua esposizione?» rispose, senza dubbio: «In un museo. Però con dei posti per sedersi. Mi sentirei uno sgabello con lo schienale».

La parola è poi stata lasciata a Teresa Grandas che si affida alla lettura in italiano di una parte del catalogo (tradotto appunto da quello redatto in occasione della esposizione del 2014 di Barcellona). Il suo intervento ribadisce che una delle emozioni predominanti nell’attività della pittrice fu la rabbia, emozione che forse informò anche la sua oppositività nei confronti di un secolo, il XX, che non la riconobbe e non l’accettò, con cui lei si confrontò, senza mai aderire ad un movimento artistico e sempre dissociandosi dalla norma imposta. Dai suoi dipinti affiorano anche feticismo, gioia e malinconia, disagio e bellezza. Di questa disse: «Il carattere, come la bellezza, o ti piace o niente».

Il successivo relatore è stato Preciado.

Parafrasando il suo intervento:car_000736-scontornata

La vita di C.R. si caratterizza in 3 diversi periodi: la censura, la scoperta, il ritorno. La sua arte fu subito etichettata come oscena o pornografica, in particolare 27 fra i suoi primi acquerelli, ad oggi probabilmente persi o distrutti, furono ritirati dalla sua prima personale. Iniziò autodidatta a 18 anni, redigendo ad acquerello un vero e proprio “diario psichiatrico”, poiché sia madre che nonna erano PROBABILMENTE ospiti di una struttura per malati psichiatrici. Da subito si oppose al canonico ritratto borghese: lei, faceva ritratti di corpi, rifiutando, coraggiosamente nei suoi 18 anni, sia l’immaginario borghese, che quello fascista. Si rimarca il suo dissenso alla dicotomia dei corpi maschile e femminile, al mito dell’eroe militare e della sposa e madre della nazione, la sua critica alla famiglia e al colonialismo. Di qui la “Censura”. C.R. dipinse corpi devianti, desideranti, che incarnavano la dissidenza verso una normatività imposta: zitelle, vecch*, pazz*, effemminati, mascoline, bambin*, contro la grammatica fascista. La sua rappresentazione fu vitalista. Categorizzata come pornografica nel ’45 (etichetta che per rimase appiccicata indipendentemente da ciò che espresse nei suoi lavori successivi), è difficile pensare che le sue opere possano essere un supporto masturbatorio. Al contrario, potremmo considerarle opere antipornografiche o addirittura postpornografiche, poiché era forte la critica alla rappresentazione dominante della sessualità. Nonostante la carica sovversiva del messaggio che porta, C.R. non rinuncia allo spazio tradizionale del quadro, anche nel periodo più “astratto” dei contatti col MAC Movimento d’Arte Concreta, fra gli anni ’40 e ’60. Ad esso può essere associata, anche se non unicamente, una reazione alla censura: scompare il segno tacciato di pornografia ma rimane il significato tramite altre forme (il collage, il diagramma) che continuarono a rappresentare corpi dissidenti. Nel 1980 la riscoperta di una artista per lo più ignorata dal secolo che visse: Lea Vergine la include nella sua mostra “L’altra metà delle avanguardie”, dove espose le opere di 100 artiste donne. Tuttavia, anche la categoria di “donna” era un po’ stretta a C.R. che, negli anni ’90, in concomitanza del fenomeno della mucca pazza, affermò: “io sono la mucca pazza”

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Fu questo, appunto, il periodo della “Scoperta” di C.R., artista prolifica, dalla produzione stimabile in più di 1000 opere. Una scoperta tardiva da parte del mondo che ne riconobbe il valore quasi alla fine della vita dell’artista. Ed è così che si può parlare di un “Ritorno fantasmale”, nel 2003, quando vinse il Leone D’Oro alla Cinquantesima Edizione della Biennale di Venezia. Del suo passaggio è significativo il perseverante tentativo di dialogare col contemporaneo, rimanendone comunque e  sempre fuori.

 

La conferenza si è chiusa con un breve scambio fra Musini e Preciado sull’ultima ispirazione di Carol Rama circa la “pornografia della carne” che si profila nel fenomeno della “mucca pazza”.
La nostra giornata si è invece conclusa con l’entusiasmo per gli interessanti spunti ricevuti e con una fugace visita della mostra che molt* di noi si sono dett* interessate a rivedere!

 

 

1Riportiamo a tal proposito larticolo di Preciado, tradotto da Feminoska per AnimAlienahttps://animaliena.wordpress.com/2015/09/26/animalismo-io-sono-la-mucca-pazza-di-paul-b-preciado/

 

 

 


Ott 13 2016

Disabilità e assistenza sessuale. Dibattiti e analisi di pratiche di sex working.


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Lug 11 2016

Al pride ci siamo pres* tutto

Sabato ci siamo pres* la strada, il ponte e pure la piazza, contestando la “diversità normata” che ormai imperversa. Le nostre soggettività si sono mostrate così come le viviamo tutti i giorni, in maniera esagerata, deviata da un paradigma che ci vorrebbe ugual* e ammansit*.

Noi squeerters con la nostra camionetta insieme alle\agli squatters con il loro furgone, siamo partit* da piazza Arbarello, siamo squeertat* nel corteo del Pride torinese e abbiamo mostrato che non necessitiamo di alcun permesso di esistere. Non ci siamo fatt* dire in che posizione metterci, magari al fondo dopo tutti gli altri, carri commerciali compresi, ma ci siamo fatt* strada da sol* proprio nel bel mezzo del corteo.
Non abbiamo chiesto niente a nessun*, come è giusto che sia, e ci siamo rifiutat* di pagare “la tassa di partecipazione” che il Coordinamento Torino Pride chiede per partecipare alla parata; per noi questa è una cosa inconcepibile, perché il pride non può essere gestito e securizzato centralmente da una pseudo-organizzazione di stampo lobbistico come se fosse un evento privato.
Appena siamo entrat* ci hanno detto che noi lì non potevamo stare, come se qualcun* potesse definire le nostre modalità di partecipazione. Abbiamo portato nel corteo i nostri contenuti politici e il nostro modo frocissimo di fare le manifestazioni.
Una volta arrivat* in piazza Castello abbiamo deciso di abbandonare il corteo tirando dritto per via Po e tante persone presenti per assistere alla parata ufficiale hanno continuato il percorso con noi; ci hanno detto che questo non si poteva fare, come se le persone non avessero la libertà di seguire chi vogliono in base all’affinità politica.
Giunte in Piazza Vittorio, insieme con il furgone della “libertine parade”, abbiamo occupato temporaneamente il ponte della Gran Madre, dove siamo state raggiunte dallo spezzone studentesco, per poi ripartire e riprenderci le strade.
Alla fine del corteo queer e libertino, il nostro carro si è diretto verso il CSA Murazzi a sostegno della “cassa di resistenza” per la copertura delle spese legali dei compagni e delle compagne.

Noi veniamo ovunque, ormai l’avete capito: ballando, urlando, svestendoci, gioendo e godendo, per un giorno abbiamo fatto la Rivoluzione. Una Rivoluzione spinta dall’esigenza di affermare che noi vogliamo l’oggi, che lottiamo tutti i giorni per averlo e per costruire un futuro diverso da quello che le correnti mainstream del movimento LGBT propongono.

Sabato eravamo lì per ribadire che il compromesso non ci piace e che non siamo dispost* a lasciare indietro nessun*, di qualunque genere, di qualsiasi orientamento sessuale, di ogni colore, abbia gambe o zampe, peli, piume, becco e bocche.
Sabato abbiamo creato musica, colore, reti di solidarietà e oggi continuiamo.

GRAZIE A CHI HA LOTTATO CON NOI.