Dic 1 2020

digli no e basta, frocetta col culo infetto!

liberamente tradotto e audioperformato dalla zine “infected faggot perspectives” del 1992.

a tutte voi queen che mi pensavate stecchita… non lo sono! Eccomi qui!! che non lo sapevate? le cattive ragazze non muoiono giovani, cazzeggiamo finché tutte le cose belle son finite. sì! anche tu puoi esser gnocca, vivere a lungo e avere l’aids, guarda me…

due mesi fa questa queen era quasi morta, stesa in letto di ospedale, marcia, 58 chili bagnati. ero coperta di piaghe, croste, macchie e mi cacavo addosso, oh e vedevo cose! ma ho vissuto abbastanza per dirvelo e manco ho dovuto sacrificare infanti innocenti o animaletti per farlo. ho semplicemente detto no.
sì, digli di no, il consiglio di alcune untempofurono, o maisonstate, attrici, è diventato infine realtà per me. sono qui ad infestarvi per un altr’anno. non me ne andrò facilmente. non finché qui me la posso ancora spassare e fare casino.
ora voi queen cazzo venite giù come mosche? non sapete che tutto ciò che dovete fare è rifiutarvi di morire – decidere di non andarsene! niente di più facile (beh a parte avere un medico di fiducia che comunque aiuta) ma alla fine la scelta è vostra.
quindi la prossima volta che il mostro brutto e cattivo, l’aids, viene a farti visita, pensando che non vi farete pregare due volte, semplicemente fagli sapere che non succederà, sorella. mettici tutta la gretta, irritante e perfida energia che noi queen conosciamo molto bene. di’ a quel bavoso fetido bestione di filarsela, abbi solo presente che in questo caso potresti indirizzarlo alla queen del piano di sotto che se la passa peggio di te.
per tutte le le froce hippie vivipositiva, potete fare meditazione – ma non sperate di risvegliarvi, ci vuole ben più dell’amore cosmico per sfangarla, stavolta.
quindi anche se stai tremando in ospedale, mettiti qualcosa di sciccoso (o, se sei glamour, fa’ qualche mossa nella tua mise di seta), esci le cosce e sbatti le ciglia. mentre lo sbatti fuori, tieni ben aperta quella tua enorme e spaventosa boccaccia e urla: “fottiti! non me ne vado… non ancora. baciami gli herpes brutto bucodiculo incrostato, grottesco, infetto e sgocciolante. questa frocia non è finita! ciò che sta per fare è ucciderti… “
beh… aspetta e vedrai. sicuramente starai meglio.
ora tieni a mente che il mostro dell’aids può arrivare in qualsiasi momento quindi se ti imbarazzi facilmente, non puoi urlare o comunque non puoi sopportarlo se c’è altra gente nella stanza (perché il mostro non viene sempre quando sei da sola, sebbene tu sia l’unica in grado di vederlo), beh, sei spacciata. un altro po’ di cenere sparso sulla spiaggia, un altro funerale a cui nessuno vuole partecipare. infelice fu la ragazza, troppo spaventata per aprire la bocca quando più sarebbe servito, che non riuscì a zittirlo!
ricorda a te stessa che puoi stare meglio! puoi rimanere – beh potresti restare irreversibilmente orribile o mutilata, ma ancora respirerai… cerchi un’esperienza spirituale? beh eccone una: non morire giovane!”

Ott 30 2020

contro natalismo e antiabortisti, dillo forte il 31 ottobre 2020


“madre fammi posto tra le tue gambe
piego la mia testa, il buio è grande
fondo, profondo, dentro fino in fondo
più in fondo, più in fondo, più in fondo ancora in fondo
scava, pigia, dai, dai, pigia
scava di più finché non ci sono più
finché non ci sono più, finché non mi trovo più”
(“o madre”, nada, 2019)

produci riproduci consuma consumati crepa
dal piemonte alla polonia, senza dimenticarci degli usa, in cui il 22 ottobre l’amministrazione trumpiana si è fatta promotrice di una dichiarazione anti-abortista firmata da 31 stati del mondo, la pervasività della vecchia cultura del natalismo continua a farsi spazio anche nelle nuove forme di produzione e riproduzione capitalista.
il natalismo, ovvero quella cultura dominante che, ad esempio attraverso le minacce dello scadere del tempo dell’orologio biologico (ti sei ricordata di sgravare?), o ancora quello della sostituzione etnica (fai a gara con gli stranieri a chi fa più figli!), strumentalizza le nostre corpe e le gravidanze in senso nazionalista ed eterocispatriarcale.

in questo senso la circolare anti-aborto della regione piemonte insidia le nostre vite ponendoci di fronte alla norma eterosessuale e procreativa della perpetrazione della stirpe, strumentalizzando i corpi utero-dotati all’obbligo al lavoro riproduttivo.
usando lo stratagemma retorico dell’aiuto alla scelta di chi sta pensando all’aborto, governanti e preti ribadiscono l’importanza di “dare futuro all’italia”, come ricordato in alcuni manifesti di pubblicità progresso (sic!) che ritraevano una persona incinta al balcone, sguardo volto all’orizzonte e bandiera nazionale alle spalle, durante la prima crisi di covid-19.

“l’invito è a fare figli oggi, perché qualcuno ci badi un domani – e a tenerci in forma, perché non sia troppo costoso curarci. fate un bambino come fosse un debito, in nome di una futura ricompensa. fate un bambino come un investimento: il capitale raddoppierà a trent’anni dalla nascita! queste le ingiunzioni implicite che ci consentono di leggere sotto una nuova luce «il fascismo del volto del bambino», di cui parla lee edelman nella sua teoria queer antisociale (no future, 2004).” (angela balzano, federico zappino, “il partito nazionale della fertilità. capitale riproduttivo e governo della vita”, hopefulmonsters, 8 settembre 2016)
al fascismo del volto del bambino, figura allegorica per la quale ogni azione quotidiana, ogni azione politica, dev’essere etica e ponderata per “assicurare un futuro migliore allu nostr* figl*”, noi opponiamo una vogliosa riappropriazione del presente, per goderlo, libero dalle imposizioni di qualsivoglia norma, assaltando l’eterosessualità come unica possibilità di politica sociale ed emotiva. facciam risuonare forte le nostre corpe lottando per il presente, per trasformarlo da cupo a cupio, per liberare la potenza delle corpe minorizzate e marginalizzate.
non saranno le viscide e autoritarie mani di preti e politicanti che vogliono forzare le nostre mutande a fermare questa potenza, non sarà il becero e ammuffito familismo a normare e normalizzare le nostre irripetibili relazioni emotive e sociali, non sarà la scellerata corsa capitalista al riprodurre letteralmente e socialmente questa società tossica ad azzittire la nostra voglia di libertà.

questo 31 ottobre saremo in piazza a torino con lu nostr* sorell* a gridarlo forte
https://www.facebook.com/events/726449191549624?active_tab=about

aborto libero in tutto l’universo
“make kins, not babies” (donna haraway)

 


Lug 10 2020

il ((free(k))) pride è una carnevalata

 

“sono molto violento, tiravo coriandoli
fin da bambino addosso alle suore
non mi sono mai vestito da hendrix da zorro e nemmeno da arlecchino
a 15 anni ho incontrato la schiuma
mi divertivo ad imbrattare i manifesti elettorali
non li capivo e tutt’ora non capisco
ormai sono passati anni, la schiuma non me la posso più permettere
sono un gelataio quello si il migliore,
almeno la mia mamma dice cosi
ma non vedo l’ora che arrivi febbraio, a febbraio c’è la mia festa preferita
sei diventato punk al carnevale
al carnevale”
(Asino – Mi sono bruciato coi coriandoli)

una baracconata, una volgarità, una carnevalata. questo è pride, come solerti bigott* tengono a precisare nelle telemondovisioni e network che possiedono, praticamente ogni giugno da 50 anni. una goliardata, una provocazione, uno scandalo, un carnevale.

beh, sa che c’è, vossignoria?
c’è che il (free(k)) pride (e invero così dovrebbero essere, o sono, tutti gli altri pride) sono carnevale perenne, fiera carnevalata che persegue il preciso scopo di sovvertire il potere. quello grosso,
quello originario, il potere eterocispatriarcale.

ogni tanto ci piace essere tradizioanali.

scrivevano bene lu squatter torinesi in occasione del carnevale s-catenato “ogni scherzo vale”, ahimè annullato a febbraio 2020:
“durante le dionisiache e i saturnali, si festeggiavano dionisio e saturno ricorrendo alla farsa, al rovesciamento sociale, ad unapproccio svincolante la prassi quotidiana. durante le feste gli
schiavi si cambiavano d’abito e vestivano come gli uomini liberi, erano liberi di biasimare i padroni e di esprimere qualsiasi parere senza la minaccia di essere puniti. si tenevano fastosi banchetti,
erano sospese le operazioni militari, chiudevano i tribunali e le scuole, erano permessi il vino per tutti e il gozzovigliare collettivo. si realizzava un temporaneo scioglimento dagli obblighi
sociali e dalle gerarchie per lasciar posto al rovesciamento dell’ordine, allo scherzo e anche alla dissolutezza.
esci il mostro che è in te! dà voce ai tuoi mille volti! rioccupa gli spazi del tuo divertimento!”
anche questo vorrà essere la frocial mass dell’11 luglio torinese: sovversione carnevalesca dell’eterocisnormatività, che sia pride tutti i giorni!

d’altra parte, come facevano translellebifroce a fare coming out, a esprimere in libertà la loro eccedenza alla norma, prima dei pride? ci riesce facile immaginare il passato delle soggettività lgbt+ che, indossando una maschera per levarsene molte, si vestivano con abiti del genere che volevano, palesavano relazioni proibite, erano liber* oscen* in strada. dove, se non al carnevale? d’altra parte, non stiamo dicendo niente di nuovo: in molte parti del mondo, da sydney a colonia, il pride assume il nome di mardi gras, il martedì grasso carnevalesco che infiammava e scandalizzava le strade di new orleans.
maschere, mascara, mascherine: tutti i mezzi sono leciti per smetterla di vestirci ogni giorno da persone etero cisgenere, come siamo obbligat* a fare, e travestirci in quello che siamo, significare e
risignificare i nostri corpi.

perché negarsi questo doppio, multiplo piacere? sabbotare, sovvertire e contemporaneamente carnevalare, ballare, mascherarsi, godere. per anni abbiam sentito schiere di gay perbene sostenere, in opposizione a destre e conservatori, che il pride non è una carnevalata, ma un’importante manifestazione per ottenere diritti per le persone lgbt+. e innegabilmente tra gli effetti dei pride nel mondo ci sono stati importanti cambiamenti legislativi che hanno parzialmente agevolato la vita delle translellefrocie che se lo potevano permettere. ma il pride non ha questa origine. il pride è stato, è  e sarà capovolgimento del potere che ha portato lu ultim* reiett* della società a diventare potenti protagonist*. è frivolezza al potere, è linguaggio crasso e mostruoso, è performance transformista. è carnevale.

ribalteremo il vertice, questo 11 luglio 2020
tremate cattofasci: anche oggi è il nostro carnevale, e ogni squeerzo vale.


Giu 21 2020

11 LUGLIO – FREE(K) PRIDE: FROCIAL MASS

Da qualche anno gruppi transfemministi queer e solidali frocizzano le strade delle nostre città, riportando il pride su un piano critico di lotta all’esistente, e in particolare ai sistemi di potere e alle loro gerarchie: il patriarcato, l’etero-cis-sessualità obbligatoria, il capitalismo, il (neo)colonialismo, il fascismo, il machismo, l’abilismo, lo specismo, l’ageismo, la sessuofobia, la religione e molti altri.

In questo tristo 2020 i corpi non conformi, e in particolare i corpi trans, non eterosessuali, disabili, vecchi, tutti i corpi non (ri)produttivi, sono stati dimenticati, sanzionati e confinati tra le mura domestiche di quella microsocietà, la famiglia, che spesso per le persone lgbt+ e per le donne diventa violento luogo di reclusione.

Molt* altr* un tetto proprio non l’avevano: anche durante l’isolamento a Torino, una delle capitali degli sfratti, non sono rimasti che i pericoli della strada e dei dormitori, diventati focolai come le RSA, diventati gabbie come i CPR, dove alle violenze inflitte ax prigionierx si è aggiunta quella del sovraffollamento durante la pandemia.

Anche i corpi in carcere sono stati piegati con la violenza durante le rivolte che hanno attraversato le prigioni italiane. I corpi dex lavoratorx “essenziali” sono stati esposti al contagio per far funzionare la macchina del profitto. La produzione bellica non si è mai fermata, lx facchinx dell’e-commerce hanno fatto gli straordinari.

Nel mondo in cui siamo forzati a vivere ci sono persone che non valgono, sacrificabili, sostituibili, intercambiabili. La gestione della pandemia lo ha reso crudamente evidente.

Il coordinamento Torino Pride, l’associazione di secondo livello che a Torino raggruppa tutte le associazioni lgbt+ mainstream, comprese le lobby liberal espressione dei partiti di maggioranza, e polis aperta, un’associazione di sbirri gay, ha deciso quest’anno di celebrare, nel cosiddetto pride month, il “primo pride online della storia”.

Il Torino Pride non ci mancherà. Non ci mancherà la kermesse da centomila persone che tinge di rosa l’immagine dello stato e della sindaca, che lava di rosa le coscienze di omo-lesbo-bi-trans-fobici più o meno latenti pronti a farsi scattare foto coi loro brand arcobaleno e l’hashtag #loveislove.

Noi vogliamo #moltodipiùcheglihashtag. Vogliamo rioccupare le strade con i nostri corpi. Rifiutiamo – ancora una volta – la logica del produci-consuma-crepa che in questo post-lockdown si è fatta ancora più evidente. Questa logica che ci vorrebbe docili (ri)produttor* e consumator* che rinunciano al conflitto per il “bene comune”. Se scegliamo di prenderci cura l’un* dell’altr* lo facciamo perché crediamo nella cooperazione e nella tutela solidale e volontaria, non perché uno stato paternalista ce lo ordina.

Noi translellefrocie e complici non rinunceremo a riprenderci le strade, e vi rifacciamo il Free(K) Pride, quest’anno una Frocial Mass!

Ci pigliamo tutto!
Bici, cicli, tricicli, sedie a rotelle, pattini, trabiccoli, carretti, trampoli o semplicemente i vostri deliziosi piedini per frocizzare l’esistente, nel rispetto e nella tutela dell’altr*, usando mezzi non amotore per riaffermarne l’importanza, ingombrandoci di travestimenti per tutelarci con la distanza fisica ma non sociale, per farla anticapitalista, antiautoritaria. Libera.

Queste le linee guida che abbiamo pensato insieme per scendere in piazza con un occhio di riguardo per le vulnerabilità di tutt*:

* indossiamo mascherine e maschere, attivando la nostra creatività frocia e antispecista;
* scegliamo un mezzo su ruote (bici, pattini, sedie a rotelle, carretti, ecc.) oppure veniamo a piedi addobbandoci o travestendoci in modo da evitare l’eccessiva prossimità fisica (qualche suggerimento: scatole e cartoni, gonne ottocentesche, ali);
* manteniamo il corteo il più lento possibile perché l’andatura sia adatta a tutt*.

Ci vediamo in piazza Castello sabato 11 luglio alle 16!


Apr 28 2020

¡¡¡CALL / CHIAMATA / LLAMADA / APPEL!!!

Ah sQueerTo! vi invita a spaziare con la creatività!

Vogliamo dare un tocco di brio frivolo alla nostra immagine: vi chiediamo di lanciarvi nella produzione di immaginette, loghi, grafiche, collage, fotografie, fotomontaggi per la nostra pagina e per il blog.
Vorremmo avere un logo, ma siamo a cortu di capacità tecniche. Vorremo entrare in contatto con tuttu, ma non abbiamo più voglia di stare in videoconferenza.

Con l’accordo de* autoru, pubblicheremo regolarmente le fantastiche creazioni ricevute e SENZA CONTEST NÉ COMPETIZIONI le alterneremo sulle nostre pagine.

Scrivete in mail ad ahsqueerto@distruzione.org o come DM sulla pagina FB “Ah Squeerto Assemblea Queer Torino“.


Apr 15 2020

MANIFESTO DELLA SALUTE TRANS

In occasione della giornata mondiale della salute (il 7 aprile), abbiamo tradotto il Trans Health Manifesto

Originale qui.

Sappiamo bene che nei momenti di crisi sociale, politica ed economica i diritti dei soggetti considerati marginali sono i primi a venire revocati. Lo ha dimostrato in questi giorni la decisione del primo ministro ungherese Orbán di vietare la rettifica anagrafica per le persone transgender, come primo atto subito dopo aver assunto i pieni poteri. Per riaffermare l’importanza della lotta per i nostri diritti in qualsiasi circostanza e per ribadire che non lasceremo spazio alle derive fasciste e/o neoliberiste, pubblichiamo la nostra traduzione del “Manifesto della salute trans” scritto dalla Edinburgh Action for Trans Health. Il manifesto ci sembra anche in linea con gli obiettivi della condivisione di saperi “dal basso” per la promozione di processi di cura orizzontali e la lotta per l’autodeterminazione delle persone e delle comunità della Campagna Dico32 – Salute per tutte e tutti.

Per l’autodeterminazione delle persone trans.
Per il superamento del gatekeeping medico e psichiatrico.
Per il diritto all’autonomia corporea delle persone intersex e trans.
Perché l’accesso all’aborto libero e gratuito sia garantito sempre.
Per il diritto alla salute de* lavorat* sessuali.
Nessun* deve rimanere sol*.


La salute trans è autonomia corporea. Esprimeremo i nostri bisogni ed essi saranno soddisfatti. Cambieremo i nostri corpi nel modo che vogliamo. Avremo ormoni e bloccanti universalmente accessibili e disponibili gratuitamente, procedure chirurgiche e ogni altro trattamento e terapia pertinente. Porremo fine al gatekeeping medico sui nostri corpi. Avremo un pieno riconoscimento della responsabilità storica per gli abusi perpetrati contro di noi in nome dell’“assistenza sanitaria”. Vedremo riparati questi crimini e i crimini commessi contro altre persone in nostro nome.

Non siamo troppo malat*, troppo disabili, troppo ansios*, troppo depress*, troppo psicotic*, troppo Pazz*, troppo estrane*, troppo giovani, troppo vecchi*, troppo grass*, troppo magr*, troppo pover* o troppo frocie per prendere decisioni sui nostri corpi e sui nostri futuri. Siamo tutt* auto-medicat*. La nostra capacità di azione sarà riconosciuta. Ognun* di noi lavora molto più duramente per la nostra stessa salute e per quella delle persone che ci circondano di quanto qualsiasi medico abbia mai fatto e continueremo a costruire comunità di supporto su principi di mutuo aiuto.

Neghiamo la separazione di corpi, menti e sé – una violenza contro qualsiasi parte di noi è una violenza contro tutt* noi. Crediamo che l’epidemia di condizioni croniche nelle nostre comunità sia una conseguenza della guerra di logoramento condotta contro di noi nel corso dei secoli. Noi non esistiamo in isolamento, ed è essenziale per la nostra assistenza sanitaria che tutt* guariamo insieme, curandoci a vicenda e curando il nostro mondo. Guariremo il danno fatto da confini e stati, governo e autorità, capitalismo e imperialismo.

Riconosciamo che la storia della medicina trans è una storia di abuso coloniale e fascista. Vediamo la storia della sperimentazione eugenetica dai campi di concentramento nazisti, all’implementazione coloniale del regime binario di genere occidentale, ai test di verginità per le donne dell’Asia meridionale e altre donne di colore nel Regno Unito negli anni ’70; dalle prove di sterilizzazione e controllo delle nascite forzate sulle donne di Puerto Rico, alle migliaia di persone nere che sono morte nei reparti psichiatrici del SSN; dalla negazione dei diritti riproduttivi delle persone disabili, alla negazione dell’accesso agli aborti alle persone nel nord dell’Irlanda e nella Repubblica d’Irlanda, nel passato e nel presente. Vediamo la continua manifestazione della medicina eugenetica nella negazione della nostra autonomia corporea come persone trans oggi: dagli interventi chirurgici coercitivi su* bambin* intersex, alla sterilizzazione forzata in alcune parti dell’Europa, alla sorveglianza e alla cattiva informazione sulla nostra riproduzione sessuale, al gatekeeping degli interventi chirurgici e delle medicine.

La nostra lotta per l’autonomia corporea non può essere separata dalla nostra lotta per la giustizia riproduttiva. La richiesta di fare ciò che vogliamo con i nostri corpi è necessariamente una richiesta per aborti gratuiti e accessibili, per la depenalizzazione del lavoro sessuale e per l’auto-determinazione universale. Combattiamo per porre fine ai confini, alle carceri e alla polizia. Riconosciamo che non esistiamo indipendentemente dal nostro ambiente, e quindi la nostra lotta per l’auto-determinazione e la salute è anche una lotta per la giustizia climatica. Non siamo separat* dal nostro ambiente, la salute è irraggiungibile se l’acqua è avvelenata e la terra è bruciata.

Non ci saranno cliniche né autorità. Condurremo noi le nostre ricerche e sperimenteremo con i nostri corpi. Guariremo e cresceremo insieme. Accumuleremo sapere e lo condivideremo in modo gratuito e accessibile. Non pretendiamo nulla di meno che la totale abolizione della clinica, della psichiatria e del complesso medico-industriale. Pretendiamo la fine della “medicina” capitalista e colonialista.

Pretendiamo che ormoni e bloccanti siano resi disponibili come farmaci da banco e con prescrizione gratuita su richiesta. Abbiamo bisogno dell’accesso sicuro e universale agli ormoni e ai bloccanti a ogni età, dell’opportunità di decidere noi stess* le nostre dosi, e di informazioni accessibili a tutt* riguardo alla sicurezza e all’efficacia dei diversi trattamenti. Stiamo già prendendo gli ormoni in questo modo, quindi questa richiesta è semplicemente per assicurarci che il rischio venga mitigato efficacemente.

Pretendiamo che tutte le terapie per cui è possibile farlo vengano rese disponibili negli ambulatori, con l’accesso diretto invece per terapie e procedure per cui gli ambulatori non sono adatti.

Pretendiamo esami del sangue anonimi, sia inviati per posta sia presso gli ambulatori dei centri endocrinologici, dove potremo chiedere la consulenza di una persona specialista, se lo desideriamo.
Pretendiamo la libertà di alterare i nostri corpi senza giustificazione. Pretendiamo la fine di tutti i prerequisiti richiesti per la chirurgia – nessun* dovrebbe essere obbligat* a dimostrare la propria esperienza di vita, la propria salute, o essere obbligat* a prendere ormoni per poter esercitare l’autonomia sul proprio corpo. Pretendiamo che queste operazioni chirurgiche possano essere altamente personalizzate, per soddisfare i nostri bisogni, che sono individuali e unici. Pretendiamo il diritto a operazioni chirurgiche multiple, inclusa l’inversione di operazioni precedenti, se lo desideriamo, così che non dobbiamo temere di pentirci. Pretendiamo che ci vengano fornite in modo gratuito e tempestivo operazioni chirurgiche genitali, additive e riduttive del torace, isterectomie e orchiectomie, operazioni alla trachea e alle corde vocali, operazioni facciali, lipoplastica, contouring mandibolare e microdermoabrasione, rimozione chirurgica dei peli e trapianto e ogni altra procedura possibile che possa soddisfare i nostri bisogni nel momento in cui li esprimiamo.

Pretendiamo risorse per la rimozione dei peli in qualsiasi punto del nostro corpo e l’opzione dell’anestesia locale nel corso di queste procedure.
Pretendiamo un coaching vocale che non ci obblighi ad alterare le nostre voci in modi che non desideriamo, ma che invece rispetti i nostri accenti e il nostro diritto di esprimerci in qualunque modo lo desideriamo.

Pretendiamo l’accesso al counseling e a ogni altra terapia che scegliamo.
Pretendiamo la revoca della licenza medica a tutt* l* dottor* e infermier* delle cliniche “di genere”, passat* e presenti.

Pretendiamo il potere di riconoscere la responsabilità di coloro che hanno abusato del loro potere medico e amministrativo per le ingiustizie passate e presenti.

Pretendiamo una formazione medica che ci permetta di eseguire in modo sicuro procedure mediche e ricerche l’un* per l* altr*, per chiunque tra di noi voglia imparare. Accresceremo la nostra conoscenza collettiva, così che i mezzi per conoscere i nostri corpi siano universalmente accessibili. Pretendiamo il miglioramento dei farmaci che prendiamo e delle procedure a cui ci sottoponiamo, per ridurre gli effetti collaterali negativi nel lungo termine, e per sottolineare l’esperienza che noi ne facciamo e la comprensione dei loro effetti sui nostri corpi.

Pretendiamo centri di ricerca e biblioteche, organizzate autonomamente e orizzontalmente da e per le persone trans, in cui i soggetti della ricerca partecipino in egual misura alla decisione riguardo gli esperimenti portati avanti e il modo in cui tali esperimenti vengono condotti. Pretendiamo finanziamenti completi per qualsiasi ricerca o progetto intrapreso da questi collettivi.

Pretendiamo un’istruzione obbligatoria, scritta e insegnata interamente da persone trans, in tutte le fasi dell’educazione, dall’asilo all’età adulta. L* bambin* trans hanno bisogno di capire se stess*, nel contesto del proprio corpo, della propria vita e delle proprie esperienze. Dobbiamo riparare il danno fatto dalla sezione 28 [clausola del Local Government Act del 1988 che obbligava le autorità locali a “non promuovere intenzionalmente l’omosessualità o pubblicare materiale con l’intenzione di promuovere l’omosessualità” o “promuovere l’insegnamento in qualsiasi scuola finanziata dallo stato dell’accettabilità dell’omosessualità come pretesa relazione familiare”, NdT], il cui retaggio sta ancora causando danni a* bambin* di oggi.

Pretendiamo riparazioni materiali per gli abusi storici contro le persone trans e per tutte le persone danneggiate dalle pratiche mediche e dalle politiche eugenetiche.

Pretendiamo la fine dei certificati di nascita e del genere anagrafico. I registri di genere dovrebbero essere resi anonimi e registrati sempre e solo nell’ambito del monitoraggio delle uguaglianze. Né il governo, né alcuna istituzione ha alcuna giustificazione per tenere un registro delle persone trans. I certificati di nascita non sono solo una violenza contro le persone trans, ma sono materiale per l’oppressione da parte dello stato su migrant* “senza documenti” e richiedenti asilo.

Pretendiamo case di buona qualità, accessibili e sicure per tutt*; e richiediamo risorse adeguate affinché le persone trans ed emarginate possano accedere a schemi e progetti per costituire comuni e cooperative abitative.

Pretendiamo che le persone trans vengano immediatamente liberate dai contratti di polizia, militari e del governo senza ripercussioni. Rifiutiamo il sistema di ricatti in cui le aziende e i governi agiscono, in base al quale le persone trans che possono lavorare vengono “ricompensate” con leggermente meno maltrattamenti in cambio dello sfruttamento del nostro lavoro. Non permetteremo il pinkwashing della violenza del capitalismo, dell’imperialismo e dello stato.

Pretendiamo l’amnistia, il ricorso a fondi pubblici e il diritto di rimanere a tempo indefinito ai benefici di tutte le persone migranti e richiedenti asilo trans, lesbiche, gay e bisessuali. Nessun* è illegale.

Pretendiamo il rilascio immediato e l’indulto per tutt* l* prigionier* trans.

Edinburgh Action for Trans Health 


Mar 10 2020

DISTOPIE REALI: SE LE NOSTRE VITE SONO CAMBIATE ALTRE COSE RIMANGONO PRESSAPPOCO IDENTICHE

in queste settimane la nostra quotidianità è senz’altro cambiata. con essa si intende la complessità e l’intreccio delle relazioni tra noi e gli spazi che attraversiamo o che avremmo desiderio di attraversare. precise categorie sociali sono state duramente colpite. ci vorrà del tempo per comprendere e rispondere alla portata politica di quello che sta accadendo con la carica repressiva che ne consegue. sarebbe una facile tentazione, quasi catartica in un momento di smarrimento pressochè generalizzato, fingere di avere risposte che non abbiamo, minimizzare o correre ai ripari. ma preferiamo invece riflettere sulle domande.

se da una parte non fatichiamo a leggere nelle narrazioni che ci circondano il ritorno ciclico del lessico stigmatizzante (dall’untore all’isterica) e del razzismo patinato in chiave scientifica, dall’altra in tutto questo dibattito troviamo dei grandi assenti: che ne è degli animali non umani?

non ci riferiamo agli animali entrati nella categoria “domestici”. parliamo di quelli definiti “da reddito”, ovvero merce a disposizone del consumo umano.

non solo il covid-19. sars. hendra virus. aviaria. ebolavirus. influenza suina. bse detta “sindrome della mucca pazza”. da qualche decennio a ondate quasi regolari nuovi focolai di epidemie appaiono da qualche parte nel pianeta; i pil nazionali e i carrelli della spesa tremano per qualche istante, poi tutto torna come prima, nella norma appunto. ma quale? cos’hanno in comune queste sigle che in alcuni casi sembrano sbeffeggiare senza troppi giri di parole l’animale che li ospita?

lo sfruttamento. milioni di animali sfruttati, ammassati nei mercati e negli allevamenti intensivi, macellati vivi e morti, all’aperto e al chiuso, condividono lo stesso destino. succede ogni giorno, perchè lo sfruttamento e l’uccisione degli animali non umani è uno dei capisaldi su cui il nostro sistema si appoggia, economicamente e culturalmente. una delle oppressioni più radicate, invisibilizzate e giustificate visto il tributo di sangue che quotidianamente reclama. a tal punto che questo “elefante nella stanza” non è nemmeno contemplato nel dibattito pubblico.

i virus cosiddetti zoonotici[1] possono convivere indisturbati per millenni con una o più specie “serbatoio”, cioè in grado di contenerli senza subire danni particolari. tuttavia negli ultimi 30 anni la frequenza di queste zoonosi è aumentata: può capitare che quando sconfinino nel corpo umano trovino un ambiente adatto a renderli potenzialmente mortali. tra le cause più evidenti c’è lo stravolgimento esercitato dall’uomo sugli ecosistemi, la crisi climatica, l’esposizione continua a corpi fatti a pezzi, scuoiati, torturati. allora è anche interessante notare la storia dell’epidemia: la nascita in cina, in una zona di grande sfruttamento agricolo e zootecnico, la propagazione con i rapporti di lavoro ed economici nei cuori pulsanti delle economie europee.

se le nostre vite sono cambiate altre cose rimangono pressappoco identiche.

radio maria: questo non è un castigo divino[2]. da froce mostruose nemmeno ci interessa schierarci nei facili binarismi natura vs. tecnologia, umani vs. animali: ci piacciono tutte le sponde. questo è capitalismo, e ci riguarda. ora più che mai urge ripensare al modo in cui ci relazioniamo tra noi e con le altre specie, alla cura del pianeta non vissuto come un capitale da lasciare in eredità ma come qualcosa da reinventare e che sia godibile davvero. per tutt*.

le gabbie (ci) uccidono.

ah!squeerto

1]zoonosi sono quelle malattie che partono da un animale e arrivano all’uomo. la loro storia comincia quando il virus ha occasione di propagarsi: per esempio un nuovo contatto ravvicinato tra due specie, una delle quali ha già il virus. l’evento del “salto di specie” viene chiamato spillover: il virus trabocca e infetta la nuova specie.

2]ai microfoni di radio maria, l’emittente cattolica con share altissimi a livello nazionale, l’epidemia viene prima accostata a quella di milano nel 1600 raccontata da manzoni, poi alla peste nera nell’alto medioevo e infine alla spagnola. secondo “padre livio” sarebbero segni inequivocabili per convertire l’umanità alla fede cattolica.


Giu 21 2019

MOSTRUOSA SABBA TRANSFEMMINISTA QUEER ANTISPECISTA: PROGRAMMA

VENERDI’ 21

MATTINO DALLE ORE 10: BENVENUT*

PRANZO

ORE 15: LABORATORIO FLUIDA AUTOCOSTRUZIONE SEX TOYS

ORE 17: LABORATORIO AMBRITA SENSUAL TOUCH

CENA

ORE 22 IN POI: LETTURE ATTORNO AL FUOCO

SABATO 22

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PRANZO

ORE 15 PROIEZIONE HAMBACHERS

ORE 17 AUTOVISITA TRANSFEMMINISTA


Giu 8 2019

Carmen y Lola, il punto di vista della comunità gitana femminista

 

A proposito di un film acclamato e premiato abbiamo tradotto il comunicato della comunità gitana femminista spagnola sul film stesso, punto di vista trascurato dalla regista.

https://www.gitanasfeministas.org/intervenciones/las-gitanas-nos-achantamos-la-mui/

N.B.: gadže (gadžo “uomo non-romaní”, gadži “donna )

La comunità gitana spagnola ha di che rallegrarsi. Dopo il successo di “My Great Gypsy Wedding”, “Gypsy Word” o “Gypsy Kings”, gitani e gitane abbiamo conquistato il grande schermo con una produzione gadži, una regia gadži, una sceneggiatura gadži, e un cast prevalentemente gadžo, sulla vita delle persone gitane. Come mai non mi é venuto in mente prima!
Si tratta di Carmen e Lola, il film d’esordio di Arantxa Echevarría, che debutta come regista di lungometraggi con questo film pittoresco nel più puro stile Mustang o La Fuente de las Mujeres. Perché ritrarre donne povere di culture “integraliste” (come lei afferma che siamo in una recente intervista) è di moda. Questa volta non ci sono personaggi gitani criminali o folcloristici o figli di famiglie rivali che si innamorano sfidando il loro destino e per questo provocano uno scontro a colpi di coltelli tra i clan.
In questa occasione, due giovani attrici anche loro debuttanti, interpretano due adolescenti lesbiche e gitane che subiscono il disprezzo della loro famiglia per aver tentato di portare avanti la loro storia d’amore. Una storia bella e tragica di un amore impossibile alla Romeo e Giulietta degna di essere portata a Cannes.�La sinossi: Carmen e Lola si incontrano un giorno al mercato – ovviamente, non avrebbero potuto incontrarsi all’università – e subito nasce una connessione tra loro. Entrambe vogliono scappare dal loro destino scritto, che fondamentalmente consiste, secondo la regista che non ha mai conosciuto gitani tranne uno, nello sposarsi e avere molti figli.
La regista e sceneggiatrice di questa versione 3.0 di Tarantos e Montoyas assicura che il desiderio di aiutare a rendere visibile la situazione delle donne gitane è ciò che l’ha spinta a fare questo film, perché “o è una gadži a raccontare la situazione di una donna gitana o non lo fa nessuno e sfortunatamente deve essere una gadži a farlo perché loro non hanno voce” (sic!). All’improvviso sono rimasta senza parole. Chiederò alle mie compagne María José Jiménez Cortiñas, Carmen Fernández, Ana Hernández, Aurora Fernández (a tutte le compagne di Gitanas Feministas por la Diversidad ); a Ana Giménez Adelantado a Silvia Agüero Fernández per vedere se hanno perso le loro meravigliose voci e ora stanno comunicando nella lingua dei segni (di segni calé, ovviamente).
É ironico che affermi questo, quando las Gitanas Feministas por la Diversidad si sono incontrate con lei e, dopo aver esaminato il progetto a lungo e per ore, le hanno consigliato con le loro belle e potenti voci che avrebbe dovuto apportare alcune modifiche per evitare di cadere nell’antigitanismo.
Altr artist e attivist gitan con una vasta esperienza nella lotta antirazzista come il produttore e sceneggiatore José Heredia (regista del documentario sulla situazione attuale delle comunità gitane “Amore e Rabbia”, tra gli altri) le hanno consigliato di eliminare alcuni stereotipi perché non comprovati e controproducenti, e quando la regista ha rifiutato, hanno abbandonato il progetto.
Il popolo gitano non si vende. Gitani e gitane, con sorpresa della nostra portavoce autoproclamata, abbiamo voci potenti e molto da raccontare, ma la regista ha accantonato il problema e silenziato le voci delle Gitanas Feministas por la Diversidad.
Aveva fra le mani la possibilità di trasmettere il messaggio della discriminazione multipla che soffriamo come donne gitane e in parte per la invisibilizzazione che il femminismo bianco esercita sul nostro attivismo, qualcosa che le femministe gitane proclamano da tempo. Ma l’ha ignorato. Capite ora perché crede che non abbiamo voce? Il suo è un tipo di sordità selettiva. Voleva fare un film morboso in modo che avesse un impatto. E ce l’ha fatta. È esordiente ed è già a Cannes.
Non smette di essere quanto meno sorprendente l’improvvisa preoccupazione della regista esordiente per le donne gitane. Non aveva mai mostrato prima alcun interesse per la nostra causa. Non è mai stato vista sostenere il popolo gitano né si è mai pronunciata sullo storico I Congresso del femminismo romanì organizzato da Gitanas Feministas por la Diversidad lo scorso novembre a Madrid, e neppure si è avvicinata alle persone gitane per conoscere le loro esperienze e sentimenti. Lei stessa confessa nell’intervista di aver avuto a malapena qualche contatto con persone gitane prima di questo film. È incredibile la rapidità con cui pensa di aver conosciuto il Popolo Gitano.
La nostra esperta di gitanologia aggiunge anche nell’intervista che “I giovani gitani di oggi regrediscono. Vanno di Dolce & Gabbana e per loro la cosa più importante è avere un buon cellulare e che la loro ragazza sia la più bella.
Non hanno nulla della profondità della cultura gitana”. Dovrò presentarle alcune centinaia di giovani gitani e gitane che sono all’università, che in aggiunta lavorano e che conoscono meglio il proprio Popolo di lei, con tutto che è un’esperta.
Giovani che devono lavorare il doppio dei loro amici gadžis per dimostrare che valgono e vincere l’ostracismo sociale a cui il razzismo li sottopone. Le presenterò anche tanti altri giovani gadžis che regrediscono, vanno di Dolce & Gabanna e per loro la cosa più importante è avere un buon telefono cellulare e che la loro ragazza sia la più carina. Sono io o c’è un soffio di razzismo in queste dichiarazioni della gitanologa?
E la regista continua: “Parliamo molto delle donne afghane e della Somalia e… dovremmo anche scendere in strada e aiutare il mondo dei gitani, dargli più opportunità”. Sembra grandioso, giusto? Questo discorso “salvazionista” verso le società del Terzo Mondo (ci gerarchizzano anche con questo concetto) quando la realtà è che non abbiamo bisogno che ci vengano date opportunità ma che smettano di togliercele. Esistono persone gitane attiviste molto valide che da tempo combattono contro il razzismo e il capitalismo patriarcale. E ora arrivano gadžis con la sindrome da salvatore bianco ad appropriarsi delle lotte e a gettare a terra tutto il lavoro dei collettivi.
La regista di Bilbao afferma di essere una persona impegnata e che il suo è un cinema sociale. Bugie. Se fosse vero, lei saprebbe che il razzismo come quello che esercita attraverso il saccheggio, l’appropriazione culturale e l’uso del privilegio razziale è ciò che impedisce alla gente gitana, afgana o somala di progredire e andare avanti. Che gli stereotipi che lei ricrea nel suo film perpetuano pregiudizi nelle persone gadžis e che ci marginalizzano. Che per rendere visibili le problematiche, dobbiamo prima ascoltare i veri protagonisti.
Che fare un lavoro sui gitani senza gitani è un esercizio di potere che mantiene la gerarchia sociale stabilita. Che le buone intenzioni sono cariche di interessi personali. Che le donne gitane siamo diverse, capaci, autonome e abbiamo voci meravigliose e potenti ma che gadžis come lei ce le strappano. Che la rappresentazione nei media influenza notevolmente l’immaginario collettivo e, pertanto, se viene rappresentato un gruppo vulnerabile e stigmatizzato, è necessario avere una formazione e una delicatezza speciali. Che molte persone nella loro vita non hanno mai scambiato una parola con una gitana (proprio come lei) e che tutto ciò che sanno di noi è ciò che vedono in televisione.
Che ci sono persone gitane di grande valore che possono servire come riferimenti alla nostra gioventù. Che il maschilismo e l’omofobia sono anche nella società dei gadžis ma che questo viene misurato con un altro metro, più morbido. Che il suo è un tipo di razzismo etnocentrico e suprematista. E conosce a malapena la cultura romanì, come emerge dalle sue dichiarazioni.

link al documento originale:
https://www.gitanasfeministas.org/intervenciones/las-gitanas-nos-achantamos-la-mui/


Giu 6 2019

sei contro natura

prima o poi froci*, trans e queer se lo sentono dire.

la natura (con la n maiuscola), assunta come un tutt’uno certo, solido e immutabile, diventa pietra di paragone, punto di riferimento per condannare comportamenti, corpi, relazioni che se ne discosterebbero e definire rigidi protocolli di esistenza per tutt*.

la natura, tuttavia, non esiste in sé e per sé, è un’astrazione.

ciò che esiste è l’insieme degli esseri viventi e le loro relazioni di specie, interspecie e con la materia del pianeta.

 

recentemente a torino, negli spazi di movimento, si è parlato di questi temi. l’occasione è stata la presentazione a librincontro di una raccolta di saggi edita da nautilus: “critica al transumanesimo” (2019).

un’apologia della natura, madre benevola, giudicante, moralista, che si muove violentemente dal passato al presente, portando a ideale futuro una visione del mondo dove l’autodeterminazione è assente.

in questa sede sono state espresse posizioni transfobiche e antiabortiste, partendo appunto dalla critica al “transumanesimo”, un’élite minoritaria che ritiene sia possibile utilizzare la tecnologia per superare i confini della condizione umana.

 

non accettiamo che qualcunu venga a dirci che la nostra vita sia indegna di essere vissuta.

a chi ci toglie il microfono, toglieremo la sedia, la cattedra e il pavimento; riserveremo lo stesso trattamento a chiunque decida di ergersi a giuria di ciò che é giusto e di ciò che non lo è, soprattutto se il corpo non é il suo.

rifiutiamo che qualcunu possa definire i termini dell’esistenza giusta per il pianeta.

che la nostra esistenza infastidisca ce ne eravamo già accortu. non é un problema nostro

 

noi rifiutiamo l’idea che il nostro nemico sia la tecnologia con la t maiuscola, un’altra entità astratta, privata della sua complessità. pensiamo che esistano saperi, conoscenze e tecniche che salvano la vita, che la migliorano, che permettono di autodeterminare le nostre esistenze.

in quanto soggettività mostruose abbiamo imparato e impariamo ogni giorno sui nostri corpi a interrogare I dualismi e ogni forma di verità che si presenta come universale e assoluta dall’alto di una lettera maiuscola.

natura.

tecnologia.

stato.

chiesa.

 

quando si parla di tecnologia come di una pappa informe in cui non si distingue di volta in volta chi la crea, chi la controlla, chi opprime, chi ne beneficia, diventa impossibile prestare ascolto alla voce di chi necessita di tecnologie per autodeterminarsi e scegliere per sé e per il proprio corpo.

cosi come, d’altra parte, quella natura con la n maiuscola diventa strumento di dominio che si pretende di esercitare sui nostri corpi e sulle nostre vite.

 

noi transfemministe froci* e queer rivendichiamo la libertà di autodeterminarsi.

vogliamo avere il controllo della nostra vita riproduttiva, scegliere come e se scopare, che sfamiglie e relazioni creare, abbattere le dicotomie di sesso e genere e abilità imposte dal controllo sociale sui corpi che avvengono persino prima della nascita.

 

di volta in volta: “folli, isteriche, degenerate, pervertite, disforiche”.

ci riprendiamo quotidianamente spazi di libertà per sopravvivere in un mondo che ci inferiorizza, ci deride, ci violenta, ci malmena, ci opprime, ci uccide.

ma non ci si commuova: siamo mostre fiere, zombie e fenici.

ci scagliamo contro il dominio nelle sue molteplici forme: contro il capitalismo che consuma, svende, ricicla i nostri corpi e le nostre esistenze, controlla e dà luce a tecnologie che hanno il profitto come unico obiettivo.

sfidiamo l’eteropatriarcato che disegna confini di agibilità, divide i corpi, le relazioni, le pratiche che meritano di esistere da quelle contro natura.

 

e non smetteremo di scheccare e di puntare il dildo contro quella natura maiuscola che altro non è che norma eteropatriarcale assunta a natura.