“No, caro Minerba, non ci stiamo: è il nostro culo quello di cui si sta parlando!”

A proposito dell’intervista apparsa ieri su [Mangiatori di cervello], non resistiamo alla tentazione di rispondere a Minerba, direttore del ‪[#‎tglff‬].

Minerba afferma: “Non è il primo anno che l’ambasciata Israeliana finanzia il nostro Festival. Per loro è importante che i film prodotti nel loro Paese approdino e abbiano un buon riscontro al nostro Festival, il terzo nel mondo a tematica LGBT per durata e importanza; azione, quella dell’ambasciata, in linea con tante altre istituzioni straniere che spingono il proprio paese in altri ambiti. L’anno scorso, per esempio, l’Ambasciata Israeliana ha finanziato, in modo ben più consistente rispetto a quest’anno, una retrospettiva sul regista di Tel Aviv Amos Guttman che è sempre stato critico nei confronti dell’operato politico israeliano. “

Le dichiarazioni di Minerba non fanno altro che confermare quanto abbiamo cercato di evidenziare, ovvero l’ennesimo tentativo, da parte di Israele, di ripulirsi l’immagine sfruttando le tematiche LGBT. Per quanto sostenga che le finalità del finanziamento siano diverse da quelle da noi contestate, la strategia politica del “pinkwashing” e il suo utilizzo da parte dello stato di Israele è assai nota, e consiste nello sfruttare la promozione di diritti civili delle persone LGBT per occultare le politiche e le azioni nazionaliste israeliane nei confronti della Palestina.
È evidente come il governo israeliano stia cercando di passare come l’unico portabandiera del progresso e dei diritti in medio oriente, nel tentativo di spostare l’attenzione da temi quali l’apartheid, la discriminazione etnica, la violazione dei diritti umani.
Ci domandiamo, dunque, come sia possibile che il signor Minerba non noti un collegamento tanto palese, accettando per il suo festival finanziamenti che lo rendono di fatto complice di questa tattica politica.

Minerba poi dice: “Il nuovo nome e la comunicazione sono rivolte a chi non mastica i termini dell’attivismo LGBTQI, i giornalisti, le persone estranee alle tematiche. E poi, insomma, sono quarant’anni che ho a che fare con la società, avrò imparato quale strategia usare con chi non riesce a cogliere le sfumature, anche importanti, delle tematiche LGBTQI?”
E ancora:“Scelgo un film se mi piace, per la trama, per come la racconta, se funziona. Non lo scelgo se rispetta le quote: non mi interessa l’etnia del protagonista, non fa differenza. Stonewall prende spunto da un fatto storico per romanzare una trama, ci è piaciuto e lo abbiamo inserito. È il messaggio che conta, non chi o come viene animata la storia.”

Quello che il signor Minerba forse non riesce a cogliere della nostra critica è che il festival, trattando le narrazioni delle persone LGBT+, ha – volente o nolente – un’intrinseca responsabilità politica sia in merito al materiale scelto, sia per la forma in cui lo promuove.
La scelta di mettere in ombra soggettività altre che non siano quelle gay e lesbiche (a partire dal cambio di nome del festival) appare un mesto tentativo di rendere più digeribile per il grande pubblico le tematiche LGBT. Quest’operazione di normalizzazione è deprecabile, in quanto ha l’effetto di invisibilizzare ulteriormente le persone già storicamente meno rappresentate e universalmente marginalizzate.
Ci chiediamo, inoltre, se queste scelte non nascondano il preciso intento di depoliticizzare una manifestazione seguendo la logica del marketing e del profitto.
Dal momento che uno degli scopi fondanti del TGLFF è la diffusione delle culture LGBT+, a maggior ragione dovrebbe mantenere un livello (almeno MINIMO) di coerenza, promuovendo contenuti di qualità, senza limitare le proprie valutazioni esclusivamente al potenziale numero di biglietti venduti.
Da questo punto di vista, al di là del nostro personale gusto e della nostra sensibilità politica, Stonewall, la pellicola hollywoodiana mainstream scelta per l’apertura, è stata oggetto di critica sia da parte della critica cinematografica (che lo ha giudicato un film mediocre), sia delle comunità LGBT+ internazionali, che hanno lamentato il revisionismo storico operato ai danni della comunità trans e di colore, nonché l’eccessiva rivisitazione dei fatti realmente accaduti.
Per quali ragioni quindi aprire il festival con Stonewall, se non per motivazioni puramente commerciali ed economiche?
Peraltro, il film lo abbiamo visto (controvoglia e senza finanziarlo), e lo abbiamo ritenuto francamente pessimo. Nulla di nuovo, anche la filmografia LGBTQ ogni tanto presenta film mediocri.
Possibile però che, quando si tratta di giudicare un film che racconta la nostra storia allora il senso critico venga sospeso?
Infine, constatiamo ancora una volta come qualsiasi critica radicale alla rappresentatività LGBT normativa venga banalizzata e derubricata, attribuendola a “studentelli borghesi sfaccendati”.
Ieri sera i nostri corpi froci, trans e precari erano in piazza ben visibili e chiaramente non riconducibili a simili etichette, stantie e abusate.
Ogni (auto)critica al movimento è vissuta – in stile totalitario – come attacco. Per cui ci chiamano fascist*, nazisti, omofobe, ci dicono che facciamo i froci col culo degli altri. ecc.
No, caro Minerba, non ci stiamo: è il nostro culo quello di cui si sta parlando!


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